
ANBBA risponde alla narrativa della “turistificazione”: il turismo non svuota le città, le mantiene vive e sostenibili grazie all’ospitalità diffusa.
Perché il turismo non uccide le città, ma le tiene vive.
Una risposta ragionata alle tesi della “turistificazione”*
La prefazione al libro Turisti a casa nostra presenta il turismo come un meccanismo oscuro di colonizzazione finanziaria, una sorta di dispositivo neoliberale progettato per svuotare le città, espellere i residenti e consegnare i centri storici alle logiche estrattive del capitale globale.
Una tesi affascinante, narrativamente potente, ma profondamente fuorviante.
Il turismo — specialmente quello diffuso e familiare, fatto di B&B, affittacamere, locazioni turistiche, artigiani, ristoratori, trasportatori, guide, micro-imprese — non è la causa della crisi delle città, ma spesso l’unico argine che ha impedito a molti territori di precipitare nel declino.
L’idea che la cosiddetta “turistificazione” sia una malattia deliberatamente indotta dall’alto non solo ignora la storia urbana reale, ma consegna un’immagine distorta dei processi economici, sociali e architettonici che hanno trasformato i centri storici italiani negli ultimi settant’anni.
In questo articolo proviamo a rimettere in fila i fatti.
1. Le città si erano già svuotate prima del turismo. E per ragioni che non hanno nulla a che fare con Airbnb.
Molto prima delle piattaforme digitali, negli anni ’60-’80, i centri storici italiani avevano già cominciato a spopolarsi.
Perché?
Perché non erano più adatti alla vita moderna.
Gli immobili nei quartieri antichi erano spesso privi di ascensori, luce naturale, riscaldamenti adeguati, spazi per l’automobile, camere ampie, bagni moderni.
L’Italia del boom economico voleva cucine grandi, balconi, servizi igienici doppi, auto sotto casa, nuove infrastrutture. Semplicemente la domanda abitativa si è spostata altrove.
Il risultato?
Case abbandonate, mura che cadevano, palazzi lasciati andare in rovina, centri storici bui e svuotati.
Il turismo — quello culturale, quello internazionale, quello “esperienziale” — ha permesso a molti di questi immobili di tornare in vita, di essere ristrutturati, recuperati, riportati a valore. In assenza di questo processo, molti quartieri oggi celebrati come meraviglie urbane sarebbero diventati periferie degradate.
Prima verità scomoda:
Non è il turismo che espelle i residenti.
Sono stati i residenti a uscire dai centri storici ben prima che il turismo diventasse un fenomeno di massa.
2. Il turismo non depreda: redistribuisce. E vive di micro-economia, non di élite finanziarie.
La prefazione descrive il turismo come uno strumento di drenaggio della ricchezza verso piattaforme e fondi di investimento.
Una visione ideologica che ignora un dato fondamentale:
il turismo diffuso è una delle ultime economie davvero redistributive rimaste in Italia.
Ogni euro speso da un turista attiva una filiera immensa:
- famiglie che affittano una stanza o una seconda casa
- artigiani e manutentori
- pulizie e lavanderie
- bar, trattorie, osterie, negozi di quartiere
- guide turistiche e accompagnatori
- taxi, NCC, trasporto pubblico
- musei, fondazioni, associazioni culturali
- piccoli produttori locali (vino, olio, ceramiche, moda, agroalimentare)
È un settore pulviscolare, fatto per l’85-90% da micro-imprese familiari o individuali.
Non è dominio dei fondi globali: è l’esatto contrario.
Il turismo non depreda ricchezza, la crea. E la distribuisce capillarmente come nessun’altra industria rimasta nei nostri centri urbani è più in grado di fare.
3. Senza turismo, molte città non avrebbero alternative economiche reali
La prefazione evoca un Sud Europa condannato a una “monocultura turistica”, come se fosse una scelta malvagia imposta dall’alto.
Eppure, la domanda vera è un’altra:
Quale sarebbe l’alternativa?
Molte città d’arte — Firenze, Venezia, Napoli, Palermo, Lecce, Perugia, Matera — non hanno più un tessuto industriale né manifatturiero significativo.
Il turismo non ha espulso le industrie:
è arrivato quando le industrie erano già sparite.
Al contrario:
- ha permesso il recupero del patrimonio storico
- ha riportato servizi e investimenti nelle aree centrali
- ha creato occupazione in territori che rischiavano il deserto produttivo
Immaginare un centro storico senza attività turistica significa immaginare musei deserti, negozi chiusi, ristoranti vuoti, palazzi di pregio in abbandono.
Il turismo non è la monocultura del Sud:
è una delle poche fonti di vitalità rimaste.
4. Le piattaforme non colonizzano: semplificano. E danno potere ai piccoli, non ai grandi.
La narrativa secondo cui le piattaforme digitali sarebbero “catene del valore globali” che prosciugano la redditività dei piccoli proprietari ignora ciò che era il mercato prima:
- burocrazia opaca
- contratti poco flessibili
- costi improponibili
- intermediazioni molto più care
- zero visibilità sui mercati internazionali
- totale assenza di dati e trasparenza
Le piattaforme hanno democratizzato l’accesso al reddito turistico, permettendo a migliaia di famiglie, studentati, pensionati, cittadini normali di mettere a frutto un bene che altrimenti sarebbe rimasto vuoto.
Prima dominavano i pochi grandi operatori.
Oggi partecipano centinaia di migliaia di micro-host.
È esattamente l’opposto di una colonizzazione.
5. Il problema non è il turismo: è la mancata politica abitativa
Perché gli affitti lunghi sono alti?
Non per il turismo, ma per:
- 40 anni di assenza totale di politiche pubbliche sull’edilizia residenziale
- mancanza di alloggi popolari o calmierati
- vincoli eccessivi sulle nuove costruzioni
- mancato riuso dell’edilizia pubblica dismessa
- tempi biblici per la rigenerazione urbana
- tassazioni penalizzanti che scoraggiano i contratti tradizionali
Dare la colpa ai B&B per l’assenza di una politica abitativa è come dare la colpa agli ombrelloni se piove.
6. Il turismo non svuota le città: le riempie di relazioni, scambi, cultura, opportunità
Le città non sono organismi statici.
Sono luoghi di incontro, di attraversamento, di scambio.
Le città che oggi chiamiamo “morte” non sono quelle piene di turisti, ma quelle senza nessuno:
- centri storici dove non passa più nessuno
- paesi abbandonati
- borghi senza attività, senza bar, senza negozi, senza vita
Il turismo, invece, porta persone, crea movimento, genera reddito, riattiva spazi, restituisce dignità ai luoghi.
Non esiste città viva senza persone che la attraversano.
7. La vera sfida non è combattere il turismo, ma governarlo con equilibrio
Nessuno nega che il turismo vada gestito:
regole, limiti, pianificazione, qualità, coesistenza.
Ma trasformarlo nel capro espiatorio unico per fenomeni complessi significa disarmare le città anziché aiutarle.
Il turismo non è “malattia”.
È una energia.
Dipende da come la si indirizza:
- tutela del patrimonio
- qualità dell’offerta
- diversificazione dei flussi
- gestione intelligente delle presenze
- incentivi per i residenti
- ripopolamento attraverso politiche abitative, non divieti
Il turismo è una manna se governato, un’occasione sprecata se demonizzato.
**Conclusione:
Il turismo non ruba le città.
Le città muoiono quando chi le governa smette di comprenderle.**
La prefazione di Turisti a casa nostra costruisce una narrazione suggestiva, ma ignora la complessità dei fenomeni urbani e semplifica fino alla distorsione.
Il turismo — specialmente quello radicato, diffuso, familiare — non è un corpo estraneo, ma una delle risorse economiche e culturali più preziose per l’Italia.
Il vero pericolo non è il turista.
Il vero pericolo è una narrativa che dipinge le nostre città come vittime senza mai chiedersi come erano prima, cosa le ha fatte spopolare davvero, e quale sarebbe la loro sorte senza il turismo.
L’Italia è ciò che è perché è stata sempre attraversata.
E continuerà a vivere solo se continuerà ad essere un luogo per cui vale la pena attraversare il mondo.
Cesare Gherardi – Direttore ANBBA





