
Visita l’Italia con ANBBA: itinerari enoturistici in Calabria, tra vini, borghi e tradizioni
Storia e Territorio
La Calabria è una terra antica, sospesa tra cielo, mare e montagne, dove la storia si intreccia con la natura in modo profondo e viscerale. Prima ancora che l’uomo imparasse a coltivarla, la vite cresceva spontanea in Europa: ritrovamenti fossili dimostrano che specie appartenenti al genere Vitis esistevano già milioni di anni fa, molto prima della comparsa dell’uomo. Con il passare delle ere geologiche, tra cambiamenti climatici e trasformazioni ambientali, queste piante si evolsero fino ad assumere forme simili alla vite moderna.

Quando l’uomo iniziò a stabilirsi stabilmente nel Mediterraneo, comprese il valore dell’uva come alimento e, successivamente, come bevanda fermentata. Le prime testimonianze concrete di coltivazione della vite a scopo vinicolo nell’Italia meridionale risalgono a circa duemila anni fa, proprio tra Calabria e Sicilia, territori che grazie ai contatti commerciali con le civiltà minoiche ed egeo-micenee svilupparono una precoce cultura agricola e vitivinicola.
La Calabria, affacciata su due mari – Tirreno e Ionio – è una regione modellata dal contrasto tra coste luminose e montagne aspre. Qui l’Aspromonte, la Sila e il Pollino dominano il paesaggio interno con foreste, altipiani e borghi arroccati, mentre lungo le coste si alternano spiagge dorate, scogliere frastagliate e acque cristalline.
Nel corso dei secoli questa terra è stata attraversata e dominata da numerose civiltà: Greci, Romani, Bizantini, Normanni, Svevi, Aragonesi e Borboni hanno lasciato tracce profonde nell’architettura, nella lingua e nelle tradizioni. La Calabria fu parte della Magna Grecia, e città come Crotone, Locri e Sibari furono centri culturali e filosofici di grande rilievo. Ancora oggi si possono ammirare i resti del Parco Archeologico di Scolacium o i celebri Bronzi di Riace, simboli di un passato glorioso.
I borghi calabresi raccontano un’anima autentica e resistente. Gerace, con la sua cattedrale normanna, domina la costa ionica dall’alto; Stilo custodisce la suggestiva Cattolica bizantina; Tropea, sospesa su una rupe a picco sul mare, offre panorami tra i più affascinanti del Mediterraneo; Scilla, con il borgo marinaro di Chianalea, sembra uscita da un racconto mitologico.
Il territorio calabrese è fatto di contrasti forti: altipiani innevati d’inverno e colline assolate d’estate, agrumeti profumati lungo la costa e vigneti che si arrampicano sulle pendici montane. È una terra dove la natura è ancora protagonista, spesso selvaggia e incontaminata.
Tra i monti della Sila, con i suoi laghi e le foreste secolari, e le coste del Costa degli Dei, il paesaggio cambia continuamente, offrendo scenari di rara bellezza. La Calabria è una regione che si vive lentamente, attraversando strade panoramiche, scoprendo piccoli paesi in pietra, assaggiando prodotti legati a tradizioni antiche.
È una terra di resilienza e orgoglio, dove la cultura contadina convive con la memoria delle grandi civiltà del passato. Una regione sospesa tra silenzio montano e luce marina, tra storia millenaria e natura potente.
La Calabria non si visita soltanto: si attraversa con rispetto, si ascolta nei racconti della gente, si contempla nei suoi paesaggi. È una terra che nasce dal tempo e dal mare, e continua a custodire la propria identità con forza e autenticità.
La Magna Grecia e la leggenda del Cirò
Sulla riva ionica della Calabria, tra colline baciate dal sole e venti marini, sorge Cirò, un territorio che custodisce un’eredità vitivinicola millenaria, risalente all’epoca della Magna Grecia. Qui, tra miti e storia, si intrecciano racconti antichi che parlano di divinità, eroi e tradizioni senza tempo.
La leggenda narra che Filottete, l’eroe guerriero che partecipò alla guerra di Troia, tornando dalla sua lunga odissea, fondò due città sacre: Crimissa e Petelia, che oggi conosciamo come Cirò e Strongoli. Secondo il racconto, Filottete, ferito gravemente dal morso di un serpente velenoso, fu salvato grazie all’intervento divino di Apollo Aleo, il dio al quale eresse un santuario proprio a Crimissa. La guarigione avvenne con un rimedio curioso e simbolico: il lavaggio della ferita con del vino, testimonianza del potere curativo e sacro attribuito alla bevanda fin dai tempi più remoti.
In questo contesto, il culto di Dioniso, dio del vino, della fertilità e della festa, si diffuse con grande forza. Le celebrazioni in suo onore erano ricche di rituali, durante i quali si consumavano grandi quantità di vino prodotto in queste terre. Il vino di Crimissa divenne così non solo alimento, ma simbolo di comunione, di vitalità e di sacralità.
La fama del vino di Cirò superò i confini regionali, e si racconta che durante le antiche Olimpiadi greche agli atleti vincitori venisse offerto proprio questo nettare come riconoscimento e onore. Quel vino, frutto di un legame indissolubile tra terra, uomo e divinità, continua ancora oggi a raccontare la sua storia nei calici di chi lo assaggia, mantenendo viva la tradizione di una delle zone più antiche e prestigiose della viticoltura italiana.
Oggi il vino di Cirò nasce sulle stesse colline dove un tempo sorgeva Crimissa, portando avanti un’eredità fatta di passione, qualità e rispetto per un territorio che da millenni accoglie e nutre la vite. Qui, ogni vendemmia è un omaggio alla storia e un ponte tra il mito e la realtà.
Il Medioevo e i Bizantini
Nel cuore della Calabria medievale, le città di Rossano e Santa Severina, fondate tra l’VIII e l’XI secolo, rappresentarono due fulcri culturali e religiosi di grande importanza. Questi centri bizantini, posti rispettivamente a nord e a sud di Cirò, divennero luoghi strategici per la coltivazione della vite e la produzione del vino.
Durante il dominio bizantino, molti terreni un tempo appartenenti ai latifondisti romani passarono sotto il controllo della Chiesa e dei monaci, che coltivavano la vite all’interno dei conventi. La viticoltura monastica non era solo un’attività economica, ma soprattutto un elemento essenziale per il rito cristiano della Mensa Eucaristica, dove il vino assumeva un valore sacrale.
Il vino prodotto veniva usato principalmente come vino da messa, ma era anche offerto ai pellegrini e ai visitatori e consumato con moderazione dagli stessi religiosi. Il monastero diventava così un’oasi di sicurezza e produttività in un’epoca in cui le campagne erano insicure e soggette a incursioni di banditi.
Attorno all’anno 1000, numerosi documenti come atti di donazione, contratti agricoli e vendite testimoniano una ripresa vigorosa della coltivazione della vite anche al di fuori del controllo ecclesiastico. La produzione vinicola tornò a fiorire nelle campagne, e intorno al XII secolo il vino calabrese iniziò a essere esportato con regolarità verso i mercati europei.
L’uso diffuso del vino nella società portò però anche a problemi legati all’abuso. Tanto che nel 1215, durante il Concilio Lateranense IV, Papa Innocenzo III si trovò costretto a intervenire proclamando l’ubriachezza come un reato grave, stabilendo severe misure per contrastare l’alcolismo.
Così, nel Medioevo calabrese, la vite e il vino continuarono a intrecciare la loro storia tra fede, economia e vita quotidiana, mantenendo un ruolo centrale nella cultura e nelle tradizioni di questa terra antica.
La viticoltura in epoca romana
I Greci e i Romani consideravano sacra la pianta della vite e nelle regioni del sud Italia la viticoltura non smise mai di fiorire. A seguito dell’espansione dell’impero e del dominio romano sui territori del mediterraneo, tra il V e il III secolo a.C., l’economia rurale e la viticoltura subirono profonde trasformazioni. Le grandi importazioni di grano provenienti dalle nuove province dell’impero crearono un calo della domanda e di conseguenza un forte abbassamento di valore del grano prodotto in Italia. I grandi proprietari terrieri cominciarono a rivedere le loro strategie agricole e così la coltivazione della vite diventò una delle attività più praticate e redditizie. La viticoltura e l’enologia furono perfezionate dai romani grazie anche all’aiuto di schiavi greci e asiatici. La bontà del vino italiano diventò ben nota e la sua fama aprì la strada alle esportazioni di prodotti enologici. L’impero Romano conquistò un vero monopolio nella produzione ed esportazione dei vini che raggiunse l’apice nel periodo tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C., periodo caratterizzato da molte e importanti opere letterarie sulla viticoltura e sull’enologia. Il declino e la crisi dell’Impero Romano iniziati dal II secolo d.C., le guerre civili, l’inasprimento fiscale, l’indifferenza dei proprietari terrieri e il progressivo abbandono delle campagne portarono ad una riduzione considerevole della pratica della viticoltura, al punto che la fine dell’Impero Romano sembrò quasi trascinare con se anche la pratica della viticoltura.
La “moderna” viticoltura: la fillossera
Nel 1868 un piccolo ma devastante nemico arrivò a sconvolgere i vigneti calabresi e non solo: la fillossera della vite, un parassita proveniente dal Nuovo Mondo. Questo insetto minuscolo, che vive nel terreno, attaccava le radici delle piante europee, provocandone la morte in breve tempo.
L’invasione della fillossera segnò una vera rivoluzione nelle pratiche di coltivazione tramandate per generazioni. Fino ad allora, la riproduzione delle viti avveniva per propagazione diretta, ovvero prelevando tralci di vite europea e facendoli radicare nel terreno. Ma la fillossera distruggeva queste radici, rendendo invivibili i vigneti tradizionali.
La soluzione arrivò dall’America: si cominciò a utilizzare radici di viti americane, naturalmente resistenti al parassita, come portainnesti su cui innestare i tralci delle varietà europee autoctone. Questo metodo salvò la viticoltura calabrese, permettendo di mantenere intatto il patrimonio varietale locale, ma con una base radicale più robusta.
Anche i vigneti di Cirò furono completamente sradicati e reimpiantati seguendo queste nuove tecniche. Solo verso la fine del XIX secolo si iniziò a imbottigliare il vino prodotto in quantità limitata, soprattutto per soddisfare le esigenze dei grandi proprietari terrieri e della nobiltà locale, segnando l’inizio di una produzione più moderna e orientata al mercato.
Così la Calabria entrò in una nuova era vitivinicola, capace di coniugare tradizione e innovazione per affrontare le sfide di un mondo in rapido cambiamento.
Cosa visitare
La Calabria offre borghi affascinanti come Scilla (la piccola Venezia del Sud), Gerace (medievale e normanno), Civita e Morano Calabro (Pollino), e Bova (grecanica), ricchi di storia, arte e tradizioni, con percorsi vinicoli che toccano zone come Ciro’ Marina (storica DOC), la Sila, l’Alto Ionio (Melissa, Strongoli) e il cosentino (Donnici DOC), unendo natura, borghi storici e grandi vini autoctoni come il Magliocco.
Scilla
La perla mitica della Costa Viola. C’è un approdo imprescindibile per chiunque visiti la provincia di Reggio Calabria. Una tappa speciale che è, innanzitutto, un sublime momento di sintesi tra storia, mito e bellezza. Nell’abbraccio che Scilla riserva al visitatore c’è il racconto di un luogo che incanta il cuore e lo spirito, attraverso la forza evocativa del paesaggio, il calore della gente del posto, il fascino antico delle tradizioni popolari. Punta di diamante della Costa Viola, Scilla, con il suggestivo borgo di Chianalea, rappresenta una delle parentesi esperienziali più appaganti che il territorio reggino possa offrire.

Meta balneare d’eccellenza, Scilla è da sempre uno dei litorali più ambiti della Calabria. La sua celebre Marina Grande accoglie viaggiatori e amanti del mare in uno scenario dove paesaggio e natura si fondono in un unico grande spettacolo di luce e colori. Qui il mare è cristallino, i fondali sono ricchi di biodiversità e i tramonti incendiano l’orizzonte, lasciando intravedere, oltre lo Stretto di Messina, il profilo elegante delle Isole Eolie. È un luogo in cui il tempo sembra rallentare, accompagnato dal suono delle onde e dal profumo salmastro che avvolge ogni cosa. Ma Scilla non è solo mare: è storia e mito intrecciati indissolubilmente. Basta salire sull’imponente rupe che ospita il maestoso Castello Ruffo per sentirsi sospesi tra realtà e leggenda. Lo sguardo si perde nello sterminato specchio d’acqua che separa la Calabria dalla Sicilia, teatro – secondo Omero – delle epiche gesta di Ulisse. Proprio qui l’eroe greco affrontò la furia di Scilla, mostro marino dalle sembianze terrificanti capace di divorare sei uomini alla volta, e la potenza distruttrice di Cariddi, vortice gigantesco che inghiottiva le navi. Questo tratto di mare, però, non fu solo scenario mitologico: fu crocevia di popoli e commerci sin dall’antichità. Dai Tirreni, abilissimi navigatori, ai Greci e ai Romani, fino alle scorrerie piratesche che per secoli hanno solcato queste acque. Ancora oggi, a rievocare quelle antiche rotte, si stagliano le eleganti feluche, le tradizionali imbarcazioni per la pesca del pescespada, simbolo identitario di Scilla. Il borgo si articola in quattro anime, ciascuna con una propria identità storica e sociale.
Il quartiere San Giorgio rappresenta il cuore autentico del paese: dal belvedere di Piazza San Rocco, sospeso a strapiombo sul mare, lo sguardo abbraccia uno dei panorami più suggestivi dello Stretto. Poco distante, l’antico abitato di Bastìa custodisce casette basse e vicoletti ripidi che raccontano secoli di vita popolare. Più in alto si sviluppa Jeracari, zona residenziale che completa l’abitato storico. Con l’arrivo dell’estate, invece, il centro della vita si sposta verso la Marina Grande, con il suo lungomare animato e la grande spiaggia incastonata tra il Belvedere Morselli e la rupe del Castello Ruffo. E poi c’è Chianalea, definita la “piccola Venezia del Sud”: un antico rione marinaro dove le case sono adagiate direttamente sugli scogli, lambite dal mare, e le viuzze strette profumano di salsedine e tradizione. Qui ogni angolo sembra raccontare una storia di pescatori, di reti stese al sole e di barche che ondeggiano leggere. Secondo la leggenda omerica, proprio in queste acque vivevano le Sirene, creature ammaliatrici che con il loro canto incantavano i marinai. Solo il furbo Odisseo, facendosi legare all’albero maestro della nave, riuscì ad ascoltarle senza soccombere al loro richiamo. Non a caso la spiaggia di Scilla è conosciuta anche come Spiaggia delle Sirene, un nome che ancora oggi evoca fascino e mistero.
Cosa fare e cosa vedere a Scilla
Il momento clou è naturalmente l’estate, quando la Marina Grande si riempie di colori e vitalità. Ma Scilla conquista anche grazie alla sua tradizione enogastronomica, dominata dal pescespada: servito alla griglia, in involtini profumati o crudo appena pescato, rappresenta l’essenza stessa della cucina locale. Ristoranti, trattorie e piccoli angoli di street food raccontano un patrimonio culinario che affonda le radici nel mare. Imperdibile è la visita al Castello Ruffo, fortezza che domina lo Stretto e regala un panorama impareggiabile. Oltre alla sua valenza storica, ospita eventi culturali di rilievo come lo Scilla Jazz Festival, che unisce musica e suggestione paesaggistica in un connubio unico. Per gli amanti della natura, Punta Pacì offre acque limpidissime e fondali ricchi di flora e fauna, ideali per immersioni e snorkeling. I più avventurosi possono raggiungere Cala delle Rondini, un angolo isolato e incontaminato, mentre poco più a nord la spiaggia di Favazzina, con sabbia fine e fondali bassi, è perfetta per le famiglie. Infine, le Grotte di Tremusa, di origine carsica e rivestite di fossili marini, raccontano il volto più antico e selvaggio di questo territorio. E se il mare è il protagonista assoluto, tutt’intorno si estende un entroterra collinare dove non mancano piccoli appezzamenti e vigne sparse, tipiche della Costa Viola. Non si tratta di grandi distese vitate, ma di presenze discrete e radicate nella tradizione agricola locale, che raccontano un legame antico tra terra e mare. Ma di questo — e dei vini di Calabria — parleremo con il tempo e con il calice giusto.
Bova

Anima grecanica dell’Aspromonte
Uno dei Borghi più Belli d’Italia, Bova è un luogo sospeso tra cielo e pietra, arroccato sulla sua rupe aspromontana come un antico presidio di memoria. Qui l’eco del mondo classico non è semplice suggestione ma presenza viva: nella lingua, nei riti, nei volti e nei sapori. Una leggenda narra che il borgo sia stato fondato da una misteriosa regina armena; altri racconti evocano antiche divinità greco-orientali che avrebbero protetto queste alture. Quel che è certo è che Bova rappresenta il cuore della comunità grecanica di Calabria, dove sopravvive un idioma unico, un intreccio di greco arcaico, latinismi e dialetto calabrese. Passeggiando tra le sue vie si respira un’atmosfera fuori dal tempo, tra palazzi nobiliari e scorci che si aprono fino al mare Ionio.
Un borgo fortificato tra Medioevo e identità Come molti centri calabresi, anche Bova fu assediata dai saraceni nel IX secolo e si dotò di poderose fortificazioni ancora oggi visibili. L’accesso avveniva attraverso due porte turrite, tra cui la suggestiva Torre Normanna. Salendo lungo i vicoli in pietra si raggiunge l’antica acropoli, fulcro monumentale del paese, dove sorgono la Cattedrale, il Palazzo Vescovile e numerosi edifici nobiliari. Più in alto, su uno sperone roccioso, si ergono i ruderi del Castello Normanno, da cui lo sguardo domina vallate e orizzonti lontani in un silenzio carico di storia.
Chiese, palazzi e memoria contadina Tra i gioielli architettonici spicca la Chiesa di San Leo, custode della preziosa Cappella delle Reliquie. Meritano una visita anche le chiese del Carmine e dell’Immacolata, insieme ai palazzi gentilizi come Palazzo Mesiani-Mazzacuva, Palazzo Nesci Sant’Agata e Palazzo Tuscano, impreziositi da dettagli scolpiti da abili maestranze locali. Imperdibile è il Sentiero della Civiltà Contadina, museo a cielo aperto che si snoda tra i vicoli e racconta, attraverso strumenti originali e testimonianze autentiche, la vita agropastorale che ha resistito a invasioni, terremoti ed emigrazione. Per comprendere l’anima più profonda del borgo è fondamentale visitare il Museo della Lingua Greco-Calabra “Gherard Rohlfs”, dedicato al filologo che studiò e valorizzò questo straordinario patrimonio linguistico.
Tradizioni vive tra mito e musica I momenti migliori per visitare Bova sono la primavera e l’estate, quando il borgo si anima di riti e suoni antichi. Durante la Domenica delle Palme si svolge la suggestiva processione delle Persephoni di Bova (Chòra tu Vùa o Pupazze), figure intrecciate con rami d’ulivo che richiamano il mito di Persefone, simbolo di rinascita, in un affascinante incontro tra cultura pagana e tradizione cristiana. In agosto, invece, il borgo vibra con il Festival Paleariza, celebrazione del folklore grecanico dove risuonano strumenti tradizionali come la lira calabrese e l’organetto, evocando atmosfere d’Oriente e memorie agropastorali. Tra i sapori tipici spicca la lestopitta, focaccia senza lievito, semplice e antica, emblema di una cucina essenziale e identitaria.
Cosa vedere nei dintorni A pochi chilometri si trova Bova Marina, lungo la costa ionica, località balneare ideale per un tuffo in acque limpide e per una passeggiata panoramica fino alla cappella con la Statua della Madonna del Mare. Di straordinario interesse storico è la Sinagoga di Bova Marina, tra le più antiche del Mediterraneo, datata tra IV e V secolo, con uno splendido mosaico raffigurante la menorah a sette bracci. Inserita nel Parco Archeologico ArcheoDeri, la visita comprende anche il museo MArRc, custode di preziosi reperti. Bova non è soltanto un borgo: è memoria viva, ponte tra Magna Grecia e presente, tra pietra aspromontana e mare lontano.
Cirò Marina
Storia, territorio e tradizioni di un angolo autentico di Calabria – Alle radici della storia. Il territorio oggi occupato da Cirò e Cirò Marina era abitato già circa 3000 anni fa dalla popolazione italica dei Brettii. Nel VI secolo a.C. i Greci colonizzarono le coste ioniche, fondando Sibari a nord e Crotone a sud. In questo scenario Krimisa, abitata dai Brettii, divenne un importante luogo di confine e di culto. Qui sorsero un tempio dedicato ad Apollo e un santuario dedicato a Demetra, frequentati sia dagli indigeni sia dai Greci.

Al santuario di Demetra i fedeli offrivano numerosi ex-voto in terracotta, piccole statuette raffiguranti la dea, testimonianza preziosa di una devozione diffusa tra il V e il II secolo a.C. Oggi molte di queste statuette sono conservate ed esposte nel Museo Archeologico di Cirò Marina, insieme ai reperti provenienti dagli scavi del tempio di Apollo, iniziati già negli anni ’20 del Novecento e tuttora oggetto di nuove ricerche. Il territorio tra mare e colline Cirò è un territorio sospeso tra colline assolate e Ionio cristallino. Entrando nell’entroterra o percorrendo la costa si incontrano vigneti a perdita d’occhio, coltivati fino quasi a lambire il mare. La costa tra Cirò Marina, Torre Melissa e Strongoli offre chilometri di spiagge, stabilimenti attrezzati, mare calmo e fondali bassi: il luogo ideale per chi cerca relax e tranquillità. Il lungomare di Cirò Marina è il cuore della vita estiva: si parte dal porticciolo, si passeggia tra mercatini, gelaterie e ristoranti, mentre gli stabilimenti balneari la sera si trasformano in luoghi di ritrovo animati e familiari. Tradizioni e identità Cirò conserva un’identità forte, fatta di memoria storica, devozione religiosa e cultura contadina. Le feste patronali, i mercatini estivi, la musica dal vivo e la convivialità raccontano una comunità legata alle proprie radici ma aperta all’accoglienza. Il legame con la terra è profondo e si riflette anche nella produzione agricola, in particolare nel vino, simbolo del territorio e della sua storia millenaria. A questo patrimonio enologico, ricco di cantine storiche e nuove realtà dinamiche, merita però un approfondimento a parte.
Cirò Marina, la prediletta dagli dei
Apollo e Demetra: alla scoperta dell’antica Krimisa

Apollo e Demetra, ma anche Dioniso e Poseidone, se proprio vogliamo: Cirò Marina è da sempre un luogo caro agli dei. La sua storia millenaria, intrecciata con miti, culti e testimonianze archeologiche, racconta di una terra sacra e di un legame profondo con le divinità dell’antichità. Scopriamo insieme perché Cirò Marina è stata e continua a essere una prediletta dagli dei.Krimisa ospitava due luoghi sacri fondamentali: un tempio dedicato ad Apollo e un santuario dedicato a Demetra, divinità che incarnavano aspetti complementari della vita e della natura. Apollo, dio della luce, della musica, della profezia e della guarigione, era venerato come protettore della città e guida spirituale, mentre Demetra, dea della fertilità e delle stagioni, veniva onorata soprattutto per il suo potere rigenerativo legato alla terra e ai raccolti.
Il tempio di Apollo, scoperto e scavato per la prima volta negli anni ’20 del Novecento e oggetto di recenti campagne archeologiche, offre reperti che confermano la centralità religiosa e culturale di Krimisa nell’antichità. Questo luogo sacro rappresenta una finestra aperta sul passato, in cui si percepisce ancora l’eco delle preghiere e dei rituali dedicati al dio solare
I santuari non erano riservati solo ai Brettii ma erano frequentati anche dai coloni greci, a testimonianza di un sincretismo culturale e religioso. Al santuario di Demetra, in particolare, i fedeli lasciavano numerosi ex-voto: piccole statuette di terracotta raffiguranti la dea in varie pose, segno tangibile di una devozione intensa e di una richiesta di protezione per la terra e la famiglia. Molte di queste statuette, rinvenute nel corso degli scavi, sono oggi conservate nel museo archeologico di Cirò Marina, dove raccontano una storia di fede e cultura che si estende dal V al II secolo a.C.

Dioniso e il mito del vino

Sebbene Cirò sia celebre per le sue vigne e il vino che porta il suo nome, il legame con Dioniso, dio del vino, del piacere e della festa, è soprattutto mitologico e simbolico. Dioniso rappresenta la gioia, la vitalità e la forza della natura che si rinnova, aspetti che ben si connettono con il carattere vitale e accogliente di questa terra baciata dal sole.
Poseidone: il dio del mare fa il bagno a Cirò

Il mare che lambisce Cirò Marina è un elemento fondamentale della sua identità e non poteva che avere il suo divino custode: Poseidone, dio dei mari, delle tempeste e dei terremoti. Qui, la presenza di Poseidone si sente forte e avvolgente, come se la sua forza controllasse le acque tranquille e i fondali bassi che caratterizzano questa costa.
Passeggiare sul lungo mare di Cirò Marina, soprattutto nelle calde sere d’estate, è un’esperienza che avvicina idealmente alla divinità marina. Il lungomare, che si estende dal piccolo porticciolo fino agli stabilimenti balneari, si anima di luci, suoni e profumi di gelaterie, ristoranti e mercatini che animano l’atmosfera in modo festoso ma rilassato. Bambini che giocano ai gonfiabili, musica dal vivo e un’atmosfera di convivialità rendono questo spazio un luogo di incontro perfetto tra natura e cultura.
La costa che va da Cirò Marina a Strongoli, passando per Torre Melissa, è un vero paradiso per gli amanti del mare: spiagge sabbiose, acque limpide e calme, fondali bassi che invitano a immergersi senza timore. Qui Poseidone sembra aver donato il suo regno più gentile, un angolo di Mediterraneo dove il mare è rifugio, ristoro e bellezza senza tempo.
Melissa

Piccolo borgo medievale di circa 3.200 abitanti, Melissa sorge lungo la fascia ionica della provincia di Crotone, a circa 10 km dal mare. Il paese domina il territorio da un costone roccioso scosceso, ai cui piedi si estende una zona pianeggiante orlata da colline coltivate a uliveti e vigneti, terra generosa e vocata alla viticoltura, rinomata per i prestigiosi vini Cirò e Melissa DOC, espressione autentica di una tradizione antichissima. La parte antica del borgo, oggi quasi disabitata, è un intreccio di case arroccate e viuzze strette un tempo percorse da contadini e animali da soma; oggi conserva il fascino di un tempo sospeso e rivive grazie all’impegno di giovani legati al territorio che valorizzano tradizioni, mestieri, cultura e sapori locali.
Le origini di Melissa si perdono nella notte dei tempi. Ritrovamenti archeologici nell’area di Melà–Ponta fanno pensare a insediamenti molto antichi, probabilmente di fondazione greca, forse ad opera di coloni strongolesi. Secondo alcune tradizioni il nome sarebbe legato a Melisso, re di Creta, o alla mitica Maga Melissa. Ovidio, nelle “Metamorfosi”, cita Melissa per il vino che vi si produceva, segno di una fama già consolidata in epoca antica. Le prime attestazioni documentarie risalgono al XIII secolo, in epoca angioina, quando il borgo risultava già fortificato e dominato da un “castrum”. Nel corso dei secoli Melissa fu feudo dei De Micheli (1463-1466), dei Campitelli (1485-1668) e dei Pignatelli (1668-1806), fino all’eversione della feudalità; la popolazione tentò più volte di ribellarsi contro il potere dei feudatari, proprietari della maggior parte delle terre.
IL NOME Il nome Melissa ha origine greca e significa “colei che fa il miele”, ossia “ape”. Nell’antichità l’ape era simbolo di laboriosità, fertilità e connessione con il divino; il nome veniva attribuito a ninfe e sacerdotesse legate ai culti religiosi. Lo stemma comunale raffigura infatti una giovane ninfa seduta su un tronco reciso, con il braccio destro teso verso la pianta di melissa e sormontata da tre api d’oro, chiaro richiamo all’identità del paese.
LA STRAGE DI FRAGALÀ (1949) Un capitolo doloroso della storia locale è rappresentato dai fatti del 29 ottobre 1949, in contrada Fragalà, quando, a seguito dell’occupazione delle terre incolte dei latifondisti da parte dei contadini, l’intervento della Celere provocò il ferimento di 15 persone, tre delle quali persero la vita. Un evento che segnò profondamente la memoria collettiva e la storia sociale del territorio. Fino al 1960, inoltre, l’abitato non era accessibile dal mare né dalla frazione Torre Melissa, condizione che ne accentuava l’isolamento geografico.
COSA VISITARE Melissa custodisce importanti testimonianze storiche e paesaggistiche, tra cui le suggestive Grotte Rupestri, visibili ai piedi dell’abitato e presenti anche nel borgo antico e in abitazioni private, un tempo utilizzate come luoghi di frescura, depositi alimentari o vere e proprie abitazioni della povera realtà contadina; il centro storico con le sue viuzze e case arroccate; i vigneti e le colline circostanti che raccontano la vocazione agricola del territorio.
LE MANIFESTAZIONI Durante l’estate Melissa si anima con numerose iniziative enogastronomiche, culturali, teatrali e religiose organizzate dall’amministrazione comunale, dalle associazioni e dalle parrocchie. Tra le principali la festa di San Francesco a Melissa, la festa della Madonna del Carmelo a Torre Melissa, il Festival Internazionale di Teatro e Arti Performative RA.ME. – Radici del Mediterraneo, realizzato con la collaborazione del Teatro Ebasko e capace di valorizzare il centro storico con artisti provenienti da tutto il mondo, e nei primi giorni di agosto “La Festa del Grano” promossa dall’Auser Volontariato Melissa, un ritorno simbolico alla natura tra campi dorati, stand enogastronomici e spettacoli musicali. Melissa è un borgo che custodisce con orgoglio le proprie radici, intrecciando storia, memoria e identità in un paesaggio di straordinaria bellezza.
Altri luoghi da visitare
Borghi e borghi antichi
- Alto Ionio: Roseto Capo Spulico (Castello Federiciano), Rocca Imperiale e Corigliano Rossano (Codex Purpureus).
- Centro-Sud: Gerace (cattedrale normanna), Stilo (Cattolica bizantina), Taverna (Mattia Preti).
- Pollino: Civita (cultura Arbëreshë) e Morano Calabro (“paese presepe”).
- Entroterra: Caccuri e Santa Severina (nave di pietra) con i loro castelli e tradizioni.
Cultura e arte
- Cosenza: Città dei Bruzi, centro storico medievale.
- Reggio Calabria: Museo Archeologico per i Bronzi di Riace.
- Santuari: Il “percorso dell’anima” include S. Francesco di Paola (Paola), Certosa di Serra San Bruno, Badia Florense (S. Giovanni in Fiore).
Cultura vinicola
- Frazioni Cosentine: Donnici (vicino Cosenza) produce il Donnici DOC.
- Verbicaro: Parco del Pollino, zona DOC Terre di Cosenza, Greco Bianco e Magliocco.
- Itinerari: Segui le Strade del Vino (es. lungo la costa ionica o la Strada del Vino e dei Sapori cosentina).
LA MAGNA GRECIA: TERRA ANTICA DI VITE E DI VINO
Lungo la costa ionica calabrese, in quel lembo di terra che fu tra i primi approdi dei coloni greci, nasce una delle più antiche culture vitivinicole del Mediterraneo. Qui, dove il mare incontra dolci pianure e colline baciate dal sole, la vite non è soltanto coltivazione: è storia, identità, memoria.
Non è un caso che nello stemma di Cirò Marina compaia il profilo di Dioniso, il dio del vino, con i capelli intrecciati di grappoli d’uva.
Un’immagine simbolica che racconta meglio di qualunque parola il legame profondo tra questo territorio e la viticoltura. Cirò Marina, nel cuore della provincia di Crotone, rappresenta oggi uno dei punti di riferimento della produzione vinicola calabrese, meta imprescindibile per appassionati e studiosi del settore.
Già in epoca antica, i coloni greci che approdarono su queste coste rimasero colpiti dalla straordinaria fertilità del suolo. Portarono con sé nuove tecniche e vitigni che, adattandosi al clima e alla composizione dei terreni, diedero vita a vini celebrati e ricercati.
La tradizione narra che proprio da queste terre provenisse il celebre Cremissa, vino considerato talmente pregiato da essere offerto come premio ai vincitori delle antiche Olimpiadi.
L’area dell’antica Krimisa, sorta tra il VII e il VI secolo a.C., si sviluppava lungo il mare, circondata da uliveti, agrumeti e vigneti resi rigogliosi dalla presenza di corsi d’acqua e da un microclima particolarmente favorevole.
Ancora oggi questo paesaggio conserva la sua vocazione agricola, articolandosi in pianure costiere e colline che danno origine a diverse sottozone, ognuna con caratteristiche pedoclimatiche specifiche.
Il vitigno simbolo di questa terra è il Gaglioppo, tra i più antichi del Meridione, da cui nasce il celebre Cirò DOC nelle versioni Rosso, Rosato e Bianco.
Un vino che rappresenta la continuità tra passato e presente, tra eredità storica e ricerca contemporanea.
Accanto alla ricchezza enologica, il territorio custodisce testimonianze archeologiche di straordinario valore, come l’area del Tempio di Apollo Aleo sul promontorio di Punta Alice e i reperti conservati nel Museo Civico Archeologico.
Segni tangibili di una civiltà che seppe intrecciare agricoltura, commercio e cultura.
Oggi questo tratto di costa, insignito della Bandiera Blu e della Bandiera Verde per la qualità del mare e dei servizi, è meta non solo balneare ma anche culturale ed esperienziale.
Negli ultimi anni si è affermato come destinazione per il cosiddetto wine trekking, un modo nuovo di vivere il territorio, tra vigneti affacciati sul mare, percorsi naturalistici e degustazioni.
In questa cornice si inserisce il lavoro di famiglie storiche del vino calabrese che, da generazioni, hanno scelto di valorizzare i vitigni autoctoni attraverso ricerca, recupero storico e pratiche sempre più sostenibili, contribuendo a restituire alla Magna Grecia il ruolo che le spetta: quello di autentica terra del vino.
VITIGNI DELLA CALABRIA
La Calabria, regione posta nella punta meridionale dell’Italia, è una terra ricca di storia, cultura e soprattutto di tradizione vitivinicola. Il suo clima mediterraneo, caratterizzato da inverni miti e estati calde e ventilate, crea condizioni ideali per la coltivazione della vite. Qui si coltivano vitigni autoctoni di grande pregio, molti dei quali unici al mondo, che esprimono al meglio il carattere del territorio. Accanto a questi, sono presenti anche alcuni vitigni internazionali ben adattati, capaci di offrire vini di qualità sorprendente.
VITIGNI AUTOCTONI
La Calabria custodisce una ricchezza vitivinicola straordinaria, basata su varietà autoctone spesso coltivate esclusivamente in questa regione, frutto di millenni di storia e selezione naturale.
GAGLIOPPO
Il vitigno simbolo della Calabria e protagonista indiscusso del Cirò DOC, tra i vini rossi più antichi e rinomati d’Italia. Il Gaglioppo dà vita a vini di colore rosso rubino intenso, con un profilo aromatico complesso che spazia da sentori di frutta rossa matura (ciliegia, mora) a eleganti note speziate, erbacee e floreali. La sua buona acidità e tannini morbidi lo rendono ideale per invecchiamenti prolungati.
GRECO BIANCO
Vitigno bianco utilizzato soprattutto per la produzione del celebre Greco di Bianco, un vino dolce da dessert dalle radici antichissime. Questo vitigno regala vini con aromi intensi e avvolgenti, dominati da frutta candita, miele, fiori d’arancio e una delicata mineralità che ne sottolinea la finezza e l’eleganza.
MAGLIOCCO DOLCE
Nonostante il nome “dolce”, questo vitigno è impiegato quasi esclusivamente per vini secchi. Produce vini strutturati e corposi, con un bouquet aromatico ricco di frutti di bosco, spezie dolci e note di liquirizia, che donano carattere e profondità al vino.
MANTONICO
Vitigno versatile utilizzato sia per vini bianchi secchi che dolci. I vini ottenuti presentano un ampio spettro aromatico che include agrumi, fiori bianchi e leggere note minerali, con una freschezza e acidità tali da assicurare longevità e piacevolezza.
VITIGNI INTERNAZIONALI
Accanto ai vitigni autoctoni, la Calabria ha sperimentato con successo alcune varietà internazionali che si sono perfettamente adattate al terroir locale, arricchendo ulteriormente l’offerta vitivinicola.
CABERNET SAUVIGNON
Pur non essendo predominante, il Cabernet Sauvignon è presente in alcune aree e dà origine a vini rossi strutturati, intensi e di buona capacità evolutiva. La sua struttura tannica e i profumi di frutti neri, pepe e note erbacee lo rendono un’ottima base per assemblaggi o vini monovarietali di qualità.
CHARDONNAY
Vitigno bianco tra i più diffusi al mondo, il Chardonnay ha trovato in Calabria un ambiente favorevole per esprimersi con vini freschi e aromatici, caratterizzati da note di frutta tropicale, agrumi e una piacevole mineralità che ne esalta la bevibilità.
MERLOT
Spesso utilizzato in blend con vitigni autoctoni, il Merlot conferisce morbidezza e rotondità ai vini calabresi, arricchendoli con profumi di frutti rossi maturi e una vellutata piacevolezza al palato.
UN PATRIMONIO UNICO DA VALORIZZARE
La combinazione tra vitigni autoctoni e internazionali, unita alla ricchezza dei suoli calabresi e al clima favorevole, permette di ottenere vini di grande carattere e complessità. Il recupero storico di antiche varietà, la ricerca ampelografica e l’adozione di tecniche di coltivazione sostenibili rappresentano la chiave con cui la Calabria guarda al futuro, valorizzando il proprio patrimonio vitivinicolo e restituendo prestigio a una regione che ha scritto pagine importanti nella storia del vino italiano.
VINI
CIRO’ rosso e bianco
La Calabria è una terra coraggiosa e forte, un mosaico di contrasti e meraviglie che intrecciano mare e montagna, luci e ombre, tradizione e futuro. Qui, nel cuore di questo paesaggio selvaggio e profondo, nasce il Cirò, vino che racconta storie di un passato antico e di un presente che vuole riscattarsi.Immagina l’ombra di un ulivo secolare, una tovaglia a quadri rossi e bianchi, piatti ricchi di sapori autentici e al centro una bottiglia di Cirò Rosso. Quel vino è la voce di una terra che ha resistito a dominazioni, calamità, e spopolamento, ma che oggi si rialza con orgoglio, con la tenacia di chi ama la propria storia e il proprio territorio.

Il Cirò affonda le radici nella Magna Grecia, quando le anfore di vino calabrese salpavano verso la Grecia, portando con sé l’anima di una terra chiamata Enotria, la terra del vino. Il vino Cirò è così un testimone di una cultura millenaria, di un legame indissolubile con la vite e il mare, con il sole e la roccia.
Cirò Rosso DOC
- Colore: Rosso rubino intenso, che tende al granato con l’invecchiamento, ricco come il tramonto sullo Ionio
- Profumo: Delicato, ma avvolgente, con un bouquet che esplode di frutta rossa matura — ciliegia, prugna — e note speziate, accarezzate da un lieve sentore minerale, come la brezza che sfiora le rocce della costa
- Sapore: Secco e corposo, caldo e vellutato, un abbraccio che si allunga nel tempo, elegante e deciso
- Note caratteristiche: Spezie, frutta matura, un tocco di terra e mare che racconta l’anima mediterranea del Cirò, definito da molti il “Barolo del Sud” per la sua struttura e nobiltà
Cirò Bianco (Greco Bianco)
- Colore: Paglierino, spesso intenso e luminoso come il sole calabrese
- Profumo: Intenso, raffinato, con sentori di anice e fiori bianchi, agrumi freschi, frutta secca e un delicato tocco di erbe aromatiche, finocchietto selvatico
- Caratteristiche gustative: Fresco e armonioso, un equilibrio perfetto tra sapidità e profumi mediterranei, capace di raccontare la ricchezza della terra e del mare
La storia del Cirò è una storia di rinascita, un viaggio che attraversa le sfide del passato e il coraggio di una nuova generazione di vignaioli, artigiani del vino che hanno scelto di non arrendersi. Questi custodi della tradizione hanno dato vita alla “Cirò Revolution”, un movimento che celebra il vino autentico, quello che nasce dalla sinergia tra uomo, terreno e vitigno, lontano dalle produzioni industriali.
Il Cirò è il cuore pulsante della Calabria, un vino che porta con sé profumi di macchia mediterranea, brezze di mare, sole e storie antiche. Ogni sorso è un viaggio, un invito a conoscere e amare una terra che non smette mai di stupire.
“La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme.”
Guido Piovene
MELISSA

Melissa è un vino che porta con sé un’aura di leggenda e storia, un ponte tra mitologia e realtà che affonda le radici nel passato più remoto della Calabria. La sua nascita si intreccia con la figura di Melisso, principe cretese che, dopo vicissitudini di mare, approdò nella fertile terra calabrese chiamandola Melissa, dal greco “miele”, simbolo di dolcezza e ricchezza della natura. La coltivazione della vite in questa zona ha origini antiche, tramandate da generazioni di contadini e produttori che hanno fatto del vino un vero e proprio patrimonio culturale e identitario
Melissa compare nelle “Metamorfosi” di Ovidio come un luogo ameno, ricco di vigne e di bellezza, non lontano da Crotone, segno che il suo legame con la vite è profondo e duraturo. Nel 1934, grazie all’intraprendenza di Mario Bruni, una bottiglia di Melissa ottenne la prima medaglia d’oro alla Mostra Nazionale dell’Agricoltura di Firenze, dando così avvio all’ascesa del vino Melissa nel panorama enologico italiano.
La DOC Melissa nasce nel 1979, pochi mesi dopo la più famosa DOC Cirò, e si sviluppa in un territorio che si estende dal mare Ionio fino alle colline che lambiscono la Sila, creando un ambiente ideale per la viticoltura grazie alle escursioni termiche e alle brezze costanti che proteggono le viti. Il nome Melissa richiama il miele e la dolcezza, in netto contrasto con il più amaro Cirò, mentre secondo alcune fonti Melissa prende nome da Melisseus, principe cretese, e Cirò da un uomo nobile, sottolineando la ricchezza storica di queste terre.
I vini Melissa DOC si declinano principalmente in versioni rosse e bianche, anche se la produzione bianca è ormai ridotta. I rossi sono dominati dal vitigno Gaglioppo, accompagnato da Greco Nero e altri vitigni locali, mentre i bianchi si basano su Greco Bianco con Trebbiano e Malvasia.
Melissa DOC Rosso
- Composizione: 75-95% Gaglioppo, 5-25% Greco Nero e altri
- Colore: dal rosato intenso al rosso rubino vivo
- Profumo: vinoso, caratteristico, con note di frutta rossa, spezie e un tocco mediterraneo
- Sapore: secco, corposo, sapido, con tannini equilibrati e un finale armonico
- Titolo alcolometrico: almeno 12,5%
Melissa DOC Rosso Superiore
- Composizione: simile al Rosso, con invecchiamento minimo di 24 mesi
- Colore: rosso rubino con riflessi aranciati
- Profumo: intenso, persistente, etereo
- Sapore: asciutto, vellutato, alcolico, robusto, armonico
- Titolo alcolometrico: almeno 13%
Melissa DOC Bianco
- Composizione: 80-95% Greco Bianco, 5-20% Trebbiano Toscano e Malvasia Bianca
- Colore: giallo paglierino, più o meno tenue
- Profumo: vinoso, delicato, armonico
- Sapore: secco, fresco, equilibrato
- Titolo alcolometrico: almeno 11,5%
La zona di produzione di Melissa si estende nella provincia di Crotone, coprendo vari comuni che si affacciano sulla costa Ionica e si spingono verso l’entroterra. Il terroir si caratterizza per terreni bassi, vicini al mare, con escursioni termiche giorno-notte che favoriscono la salute delle viti e la qualità dei grappoli.
La vinificazione del Melissa DOC è rigorosamente legata a pratiche enologiche tradizionali e rispettose del territorio, con una resa massima di uva per ettaro che garantisce concentrazione e qualità. La denominazione rispecchia così la sinergia tra uomo, terra e clima, capace di donare vini ricchi, eleganti e con un forte legame identitario.
Melissa non è solo un vino, è la storia viva di una comunità che ha saputo rinnovarsi senza dimenticare le proprie radici, un simbolo di eccellenza calabrese che continua a raccontare, con ogni bottiglia, la dolcezza di un passato e la forza di un presente in crescita.
Un vino che unisce miti, terra e passione, pronto a farsi scoprire e apprezzare, espressione autentica della Calabria più vera.
Altri vini della CALABRIA
- Greco di Bianco DOC: Uno dei più antichi passiti d’Italia, prodotto nell’area ionica reggina con uve Greco Bianco appassite, noto per profumi intensi di miele e agrumi.
- Terre di Cosenza DOC: Denominazione che valorizza il Magliocco Dolce, un vitigno rosso autoctono, producendo vini rossi intensi e complessi.
- Savuto DOC: Vino rosso prodotto lungo il corso dell’omonimo fiume, spesso basato sul Magliocco, noto per il suo carattere corposo.
- Moscato di Saracena: Un pregiato vino da dessert passito, prodotto con uve Moscato, Guernaccia e Malvasia, celebre per la sua complessità.
Il vitigno a bacca nera più diffuso è il Gaglioppo, responsabile della struttura dei grandi rossi, affiancato dal Magliocco Canino. Per i bianchi, oltre al Greco, si distinguono il Mantonico e il Pecorello.
Vitigni dimenticati
In Calabria, l’associazione Calabria Wild Wine sta portando avanti un progetto fondamentale di recupero e tutela dei vitigni autoctoni dimenticati, con l’obiettivo di valorizzare la biodiversità agricola e la memoria culturale della regione. Attraverso ricerche sul territorio, raccolta di testimonianze orali e analisi storiche, l’associazione ha creato due “campi di salvataggio” dove coltiva oltre 120 varietà di vite, molte delle quali senza nome o con appellativi antichi e poetici.
Un’importante scoperta archeobotanica ha rivelato la presenza di vinaccioli risalenti a oltre 11mila anni fa nella Grotta del Romito a Papasidero, dimostrando che la Calabria è stata una delle prime terre di coltivazione e raccolta spontanea della vite in Italia, ben prima della colonizzazione greca. Questa scoperta è stata raccontata durante un evento al Vinitaly, insieme alla presentazione di una collezione di oltre 60 bottiglie vintage che testimoniano la storia del vino calabrese dagli anni ’50 agli anni ’90.
L’iniziativa, in collaborazione con l’Università Mediterranea di Reggio Calabria, punta a studiare e preservare i vitigni regionali, sottolineando come la salvaguardia del passato possa offrire nuove prospettive per lo sviluppo futuro della viticoltura calabrese. Come afferma il presidente Vittorio Porpiglia, la Calabria non deve solo essere presente nel mondo del vino, ma rivendicare con orgoglio e consapevolezza il proprio ruolo storico e culturale.
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