
Riflessione ANBBA sull’overtourism, responsabilità della politica e tutela dell’ospitalità diffusa.
Ogni anno è la stessa storia.
Arriva un ponte, in questo caso quello dell’Assunta, e puntuali come le zanzare a ferragosto compaiono titoli entusiasti sui giornali, cartacei e online:
“Città piene, alberghi al tutto esaurito”
“Record di presenze, turismo motore dell’economia”
“Finalmente ossigeno per commercianti e ristoratori”
Applausi. Standing ovation.
Sindaci sorridenti, assessori in posa, camere di commercio che brindano.
Meno male che c’è il turismo, verrebbe da dire.
Poi, il giorno dopo.
Stessi giornali, stessi siti, stessi commentatori.
“Allarme overtourism”
“Città invase”
“Centri storici impraticabili”
“I residenti scappano”
E qui l’applauso diventa fischio.
Il turismo va bene. Anzi no. Dipende dal titolo
Sembra che il turismo vada bene solo quando serve a fare numeri.
Quando riempie le pagine di agosto, quando giustifica incassi, scontrini e tasse di soggiorno.
Ma improvvisamente diventa un problema quando:
- le città sono davvero piene (cioè esattamente come si sperava);
- le foto mostrano la realtà, non il comunicato stampa;
- qualcuno si accorge che i turisti… camminano, mangiano, dormono, usano i servizi.
Il paradosso è tutto qui:
si benedice il “tutto esaurito” e si demonizza la sua naturale conseguenza.
Overtourism: parola magica per assolvere tutti
L’overtourism è diventato il nuovo alibi universale.
Una parola elegante, internazionale, che permette di evitare la vera domanda:
Chi ha governato i flussi?
Chi ha pianificato?
Chi ha investito in servizi, trasporti, gestione e decentramento?
Molto più facile prendersela con:
- i turisti (colpevoli di viaggiare),
- le case vacanza (colpevoli di esistere),
- chi lavora nell’extra-alberghiero (colpevole di accogliere).
Meno facile ammettere che:
- si vuole il turismo, ma non lo si vuole gestire;
- si vogliono i benefici, non le responsabilità.
Il turismo non è un’emergenza: è una scelta
Il turismo non arriva per sbaglio.
Non è un’invasione improvvisa.
È il risultato di anni di promozione, eventi, marketing territoriale e – sì – slogan vuoti.
Se una città è “al collasso” nel ponte dell’Assunta, la sorpresa non è il turismo.
La sorpresa è che qualcuno finga di non sapere che sarebbe successo.
Meno male che c’è il turismo. Sul serio.
Perché senza turismo:
- molti borghi sarebbero già spenti;
- migliaia di famiglie non avrebbero reddito;
- interi territori non avrebbero alcuna economia alternativa.
Ma se davvero diciamo “meno male che c’è il turismo”, allora serve coerenza:
- non solo quando fa comodo ai titoli;
- non solo quando riempie le casse;
- non solo quando è agosto.
Serve una visione adulta, non isterica.
Serve programmazione, non capri espiatori.
Serve rispetto per chi accoglie, non criminalizzazione.
Altrimenti il rischio è questo:
celebrare il turismo al mattino e rinnegarlo nel pomeriggio, come se il problema fosse chi arriva e non chi governa.
E allora sì, il sarcasmo viene naturale.
Perché meno male che c’è il turismo… peccato che spesso non ci sia chi lo sappia davvero gestire.





