
Itinerari enoturistici – Numero 2
Centro Italia: Toscana, Umbria, Marche, Lazio
1. TOSCANA – Chianti Fiorentino e Senese, Montalcino, Val d’Orcia, Bolgheri, San Gimignano
Storia e Territorio
La Toscana è il cuore storico della viticoltura italiana. Colline dolci punteggiate da vigneti, uliveti, borghi medievali, abbazie e castelli. La regione è patria del Sangiovese e di vini conosciuti in tutto il mondo.
Cosa visitare
- Siena e la celebre Piazza del Campo
- San Gimignano, Volterra, Pienza
- Abbazie di Sant’Antimo e Monte Oliveto Maggiore
- Campagna senese e Val d’Orcia, paesaggio patrimonio UNESCOSan Gimignano
San Gimignano

Le origini di San Gimignano si collocano tra storia documentata e tradizione leggendaria. Secondo il racconto più noto, la città sarebbe stata fondata nel 63 a.C. dai fratelli Muzio e Silvio,patrizi romani fuggiti dopo la congiura di Catilina, che avrebbero edificato due castelli in Valdelsa. Il borgo avrebbe preso inizialmente il nome di Silvia, forse derivato anche dal termine latino silva, in riferimento alle fitte selve che ricoprivano il territorio. Intorno al X secolo d.C. il centro assunse il nome di San Gimignano, in onore del vescovo modenese vissuto nel V secolo, cui la tradizione attribuisce un intervento miracoloso a difesa della città durante le incursioni barbariche di Totila.
Dalla preistoria all’età romana
Il territorio sangimignanese risulta frequentato fin dalla preistoria, ma è in epoca etrusca che si consolidano insediamenti stabili. Importante testimonianza è l’area sacra di Pugiano, nella valle del torrente Riguardi. In età ellenistica e poi romana, l’occupazione si estese anche alle colline e alle aree di fondovalle, favorite dalla presenza di corsi d’acqua e vie di comunicazione, come dimostra la villa romana di Chiusi presso il torrente Fosci.
La nascita del borgo medievale
Tra Alto e Basso Medioevo, attorno al X secolo, si forma il nucleo originario dell’attuale centro storico. Nel 998 San Gimignano era un piccolo villaggio fortificato lungo la Via Francigena, politicamente soggetto al vescovo di Volterra. La posizione lungo questa fondamentale arteria di pellegrinaggio verso Roma favorì una rapida crescita economica e demografica.
L’età comunale e il massimo splendore
Nel 1199 San Gimignano si proclamò libero comune. Il periodo comunale coincise con il massimo splendore della città, grazie ai traffici commerciali e alla presenza dei pellegrini. In questo contesto nacque anche la straordinaria città delle torri: simboli di potenza economica delle famiglie mercantili. Nel Trecento se ne contavano fino a settantadue; oggi ne restano tredici.
La fine dell’autonomia e la conservazione del tessuto urbano
Nel 1354 San Gimignano perse l’indipendenza e si sottomise a Firenze. Le pestilenze e il progressivo declino economico ridussero la popolazione e arrestarono lo sviluppo urbano. Paradossalmente, proprio questa decadenza preservò l’impianto medievale, giunto fino a noi quasi intatto.
Il Duomo e l’identità artistica

La Collegiata di Santa Maria Assunta, edificata nel XII secolo, rappresenta uno dei massimi esempi di arte medievale toscana. L’interno conserva cicli pittorici di straordinario valore, dal Giudizio Universale di Taddeo di Bartolo alle Storie dell’Antico e Nuovo Testamento di Bartolo di Fredi e della scuola di Simone Martini, fino agli affreschi di Benozzo Gozzoli. Accanto al Duomo, il Museo di Arte Sacra custodisce opere fondamentali della cultura figurativa locale.
Vitigni e vini
Chianti Classico DOCG:
Composto da almeno l’80% di Sangiovese, a cui si uniscono Canaiolo, Colorino, Cabernet Sauvignon e Merlot. Un vino tannico, elegante e armonico, che ha alle spalle una storia lunga e prestigiosa.
Il Gallo Nero: simbolo e leggenda

Il Gallo Nero si ritrova dipinto da Giorgio Vasari in uno dei 42 riquadri del magnifico soffitto a cassettoni del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze, precisamente nella formella che rappresenta l’Allegoria del Chianti. Il pittore così descrive l’opera:
“Quello, Signore, è il Chianti, con il fiume della Pesa e dell’Elsa, con i corni pieni di frutti, ed hanno a’ piedi un Bacco di età più matura per i vini eccellenti di quel paese; e nel lontano ho ritratto la Castellina, Radda e il Brolio, con le insigne loro; e l’arme nello scudo tenuta da quel giovane, che rappresenta Chianti, è un gallo nero in campo giallo.”
(Ragionamenti del Signor Giorgio Vasari sopra le invenzioni da lui dipinte in Firenze nel Palazzo Vecchio, con Francesco Medici allora Principe di Firenze, edizione del 1823).
Il Gallo Nero è un simbolo di grande importanza per i produttori del Chianti Classico. Quando appare sul collo o sull’etichetta di una bottiglia, distingue un vino prodotto esclusivamente all’interno del territorio del Chianti Classico da quelli prodotti altrove in Toscana, ovvero i semplici “Chianti” privi dell’appellativo “Classico” e del Gallo Nero.
L’origine del simbolo è molto antica: era infatti l’emblema della Lega del Chianti, istituzione politico-militare creata dalla Repubblica di Firenze per il controllo del territorio. Ma dietro a questa scelta c’è una leggenda affascinante.
Nel Medioevo, dopo anni di sanguinosa guerra tra Firenze e Siena per il controllo del Chianti, si decise di porre fine alle ostilità con una singolare competizione.
In un giorno stabilito, al primo canto del gallo, un cavaliere sarebbe partito al galoppo dalle rispettive città e il punto d’incontro avrebbe segnato il confine tra le due repubbliche.
I senesi scelsero un gallo bianco, nutrendolo a dovere e trattandolo con tutti i confort, mentre i fiorentini optarono per un gallo nero, tenuto in una gabbia scomoda e a digiuno per giorni.
Al mattino della sfida, il gallo nero, esasperato dalla fame, cantò ben prima dell’alba, permettendo al cavaliere fiorentino di partire con vantaggio. Il gallo bianco, ben sazio, cantò molto dopo le prime luci del giorno.
Così i cavalieri si incontrarono pochi chilometri da Siena, a Fonterutoli, dove fu posto il confine.
Origini disciplinari e vini storici
Il primo disciplinare del Chianti risale al 1716, voluto dal Granduca Cosimo III de’ Medici, che fissò le regole di produzione a Carmignano, Poggio a Caiano e Artimino. In quelle terre, i contadini utilizzavano le uve avanzate per produrre il famoso “vin ruspo”, vino rustico apprezzato da grandi e piccoli.
Vini di Brolio e San Cassiano
Il Castello di Brolio, posseduto da un grande casato storico, rappresenta una pietra miliare nella produzione del Chianti Classico, con vini che hanno contribuito a definire lo standard di eccellenza. San Cassiano delle Cantine Frescobaldi si distingue invece per l’interpretazione fresca e moderna del territorio, con etichette capaci di coniugare tradizione e innovazione.
I Vitigni
- Sangiovese: il re incontrastato della Toscana, base di Chianti, Brunello, e Vino Nobile di Montepulciano. Si caratterizza per acidità vivace, tannini eleganti e aromi di ciliegia, prugna, erbe aromatiche e spezie.
- Canaiolo e Colorino: vitigni autoctoni minori che arricchiscono i blend del Chianti conferendo morbidezza e colore.
- Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah: introdotti in particolare a Bolgheri, per vini rossi intensi e strutturati.
- Vernaccia di San Gimignano: vitigno bianco autoctono raro, con profumi di mandorla amara, fiori bianchi e note minerali, fresco e longevo.
- Vermentino Toscano: vitigno bianco in crescita, fresco, aromatico, con note agrumate e di macchia mediterranea.
I Vini
Brunello di Montalcino DOCG

La storia del Brunello di Montalcino: nascita di un mito toscano. Tra le colline morbide della Val d’Orcia, dove cipressi, boschi e vigneti disegnano uno dei paesaggi più iconici d’Italia, sorge Montalcino: borgo austero, di pietra e silenzio, dove il tempo sembra rallentare. È qui che nasce uno dei vini più celebri al mondo, il Brunello di Montalcino, simbolo di eleganza, longevità e orgoglio toscano.Prima del Brunello, Montalcino era conosciuta soprattutto per un vino bianco dolce, il Moscadello. Ma nella seconda metà dell’Ottocento qualcosa cambia. In un’epoca di fermento, rivoluzioni e camicie rosse, un uomo visionario decide di andare controcorrente, dando vita a un vino destinato a sfidare il tempo.
La Cantina della Rocca Antica: una leggenda prende forma
La storia racconta che sulle pendici più scoscese a sud di Montalcino sorgesse una tenuta isolata, battuta dal vento e dal sole: la Cantina della Rocca Antica. Qui un uomo di scienza e di terra intuì che una particolare varietà di Sangiovese, più scura, più spessa, più austera, poteva dare origine a un vino mai visto prima.Quest’uva, chiamata per il suo colore intenso “Brunello”, dimostrava una qualità rara: non temeva il tempo, anzi lo chiedeva. Dove altri vini perdevano freschezza, questo si affinava, si faceva più profondo, più complesso, più nobile. – La vera rivoluzione: vinificare in purezza e aspettare
La grande innovazione fu duplice:
- Un solo vitigno: Sangiovese grosso in purezza, senza assemblaggi
- Il tempo come alleato: lunghi affinamenti prima della vendita
In un’epoca in cui i vini si bevevano giovani e si mescolavano più uve per renderli pronti subito, questa scelta apparve folle. Il Brunello invece nasceva per attendere: fermentazioni lente, estrazioni delicate, affinamenti in grandi botti di rovere e lunghi riposi in bottiglia. Il risultato era un vino strutturato, teso, con acidità viva e tannino importante, capace però di evolvere per decenni.
Come nasce il Brunello di Montalcino
Ancora oggi il Brunello segue una vinificazione rigorosa:
- Vendemmia manuale, con selezione dei grappoli migliori
- Fermentazione del mosto con lunghe macerazioni sulle bucce
- Affinamento obbligatorio di almeno 4 anni, di cui minimo 2 in legno
- Riposo finale in bottiglia prima della messa in commercio
Il tempo non è un costo, ma un valore. Ogni fase è pensata per domare l’austerità del Sangiovese e trasformarla in eleganza.
Le caratteristiche del Brunello di Montalcino
Il Brunello è un vino profondo e aristocratico, mai urlato.
- Colore: dal rosso rubino brillante al granato con l’invecchiamento
- Profumo: complesso e in continua evoluzione
- fiori secchi (rosa, viola)
- frutti rossi e di bosco
- spezie dolci, tabacco, cuoio, cacao
- note di sottobosco e resina negli esemplari più maturi
- Gusto:
- strutturato e persistente
- tannino fitto ma elegante
- grande equilibrio tra potenza e finezza
È un vino che non cerca piacere immediato, ma racconto e profondità.
Un vino da grandi tavole e grandi occasioni – Il Brunello accompagna piatti importanti:
carni rosse, selvaggina, arrosti, brasati, primi ricchi e formaggi stagionati.
È un vino da meditazione, da condividere, da ricordare.
Dal mito locale al simbolo mondiale – Con il tempo, il Brunello di Montalcino supera i confini della Toscana e dell’Italia. Diventa ambasciatore di uno stile: rigore, territorio, longevità. È tra i primi vini italiani a ottenere la DOC e poi la DOCG, entrando stabilmente nell’Olimpo dell’enologia mondiale. Oggi il Brunello non è solo un vino:
è la dimostrazione che la pazienza può diventare eccellenza,
che la tradizione può essere rivoluzionaria,
e che un piccolo borgo toscano può conquistare il mondo, un calice alla volta.
Bolgheri: oltre il mito, un areale moderno tra tecnica, identità e visione

Bolgheri è una terra che divide.
È amata, celebrata, imitata, ma anche spesso letta con sorprendente superficialità. Come se il suo successo fosse il frutto di una fortunata coincidenza geografica o, peggio, di una semplice operazione di marketing enologico. Nulla di più riduttivo. In realtà Bolgheri è oggi uno degli areali italiani più interessanti proprio perché complesso, mutevole, non monocorde.
Una denominazione che ha saputo costruire il proprio prestigio con consapevolezza tecnica, capacità di adattamento e una visione commerciale lucida, dimostrando di possedere strumenti concreti per affrontare le sfide del presente e del futuro, cambiamento climatico in primis. L’errore storico è stato per lungo tempo quello di confinare Bolgheri all’etichetta di “Bordeaux toscana”, come se i suoi vini fossero meri esercizi stilistici fondati più sulla cantina che sul territorio. In realtà, ciò che emerge con chiarezza, soprattutto nelle ultime annate, è una forte matrice territoriale, capace di esprimersi in forme diverse a seconda delle zone, dei suoli e delle scelte agronomiche.
Bolgheri DOC e Bolgheri Sassicaia DOC: due anime, una visione
All’interno dell’areale convivono due denominazioni distinte ma intimamente legate:
- Bolgheri DOC, ampia, articolata, capace di accogliere interpretazioni diverse
- Bolgheri Sassicaia DOC, un unicum nel panorama italiano, ritagliato su un’area precisa e su una visione produttiva rigorosa
Entrambe raccontano lo stesso territorio, ma con linguaggi differenti:
la prima come laboratorio di equilibrio e varietà, la seconda come espressione cristallizzata di un’identità precisa.
Un areale tutt’altro che semplice
Bolgheri è un territorio piccolo – circa 13 km da nord a sud e 7 km da est a ovest – ma straordinariamente vario. I vigneti si collocano tra i 10 e i 380 metri sul livello del mare, su suoli che alternano sabbie, argille, ghiaie, sedimenti alluvionali e componenti ferrose.. Il mare non è solo uno sfondo: è un attore principale.
Le brezze marine, presenti per oltre 250 giorni l’anno, mitigano le temperature, asciugano l’umidità e favoriscono maturazioni lente e regolari. La temperatura media annua, intorno ai 15,5 °C, è sorprendentemente contenuta per una zona costiera, contribuendo a freschezza ed eleganza nei vini. Le precipitazioni, circa 600 mm annui, unite a suoli con buona profondità e capacità di ritenzione idrica, permettono alle viti di affrontare anche stagioni siccitose senza eccessi di stress. Questo rende Bolgheri uno degli areali italiani più resilienti ai cambiamenti climatici.
Una base ampelografica come risorsa strategica
Uno dei grandi punti di forza di Bolgheri è la sua ricchezza ampelografica, tanto ampia quanto complementare. Nei vini non in purezza, l’assemblaggio non è un compromesso, ma uno strumento.
Negli ultimi anni è emersa con chiarezza una nuova gerarchia varietale:
- alcune uve, come il Merlot, mostrano maggiore sofferenza nelle annate più calde
- altre, come il Cabernet Franc, stanno assumendo un ruolo sempre più centrale
Il Cabernet Franc, in particolare, si è imposto come varietà chiave per il futuro: capace di donare freschezza, tensione, dinamica di beva e una cifra aromatica più mediterranea che internazionale.
Uno stile che evolve: meno orpelli, più territorio
Al netto delle singole interpretazioni, Bolgheri ha saputo rinnovare la propria cifra stilistica.
I vini si sono progressivamente alleggeriti da eccessi estrattivi e da un uso del legno talvolta ridondante, per andare verso una beva più agile, leggibile e territoriale.
Oggi Bolgheri propone rossi:
- intensi ma non opulenti
- strutturati ma dinamici
- profondi ma scorrevoli
Vini perfettamente allineati all’evoluzione del gusto contemporaneo di consumatori e critica.
Un ecosistema produttivo virtuoso
Uno degli aspetti meno raccontati ma più determinanti del successo bolgherese è la convivenza virtuosa:
- tra cantine storiche e giovani realtà
- tra grandi tenute e micro-aziende
- tra produttori affermati e nuove generazioni di vignaioli ed enologi
Questo continuo confronto, anche quando sembra impari, ha impedito al territorio di cristallizzarsi, mantenendolo dinamico e reattivo, a differenza di quanto accaduto in altri areali blasonati.
Cenni storico-enoici: dalle basi agricole alla svolta moderna
Le radici agricole di Bolgheri affondano nell’epoca etrusca, ma il vero sviluppo vitivinicolo prende forma tra XVIII e XIX secolo grazie a una figura chiave: Guidalberto della Gherardesca. Fu lui a modernizzare l’agricoltura locale, piantare nuovi vigneti, tracciare le prime mappe produttive e creare quel legame tra paesaggio, viticoltura e visione che ancora oggi definisce Bolgheri.
Dopo la crisi causata dalla fillossera, il territorio trovò nuova linfa proprio in quelle basi agronomiche, sostenute anche dall’arrivo di manodopera esperta, in particolare dalle Marche, che contribuì in modo decisivo alla rinascita agricola locale.
La vera svolta prospettica arrivò però nel Novecento, quando una nuova generazione intuì che questa terra poteva ambire a vini di statura internazionale. Le prime sperimentazioni, inizialmente incomprese, posero le fondamenta di quello che oggi è uno degli areali più prestigiosi al mondo.
Bolgheri oggi: un areale “futuribile”
Vocazione territoriale, adattabilità climatica, intelligenza agronomica, capacità di posizionamento commerciale e un enorme potenziale enoturistico rendono Bolgheri uno degli areali più futuribili d’Italia.
La crescita dell’enoturismo di qualità è già iniziata, anche se la sfida sarà quella di strutturare una rete di accoglienza più ampia e coordinata, andando oltre le singole iniziative aziendali. Bolgheri non è più un’eccezione fortunata.
È un modello.
Un territorio che dimostra come il vino possa essere al tempo stesso identità, visione e futuro
Altri vini importanti e un grande bianco
- Vino Nobile di Montepulciano DOCG: blend di Sangiovese e Canaiolo, complesso e armonico, con note di prugna, ciliegia e spezie dolci.
- Vernaccia di San Gimignano DOCG: vino bianco secco, minerale, con buona acidità e sentori di mandorla amara, erbe aromatiche e fiori di campo.
Vitigni dimenticati e riscoperti
- Foglia Tonda: antico vitigno a bacca rossa, dal profilo aromatico delicato, utilizzato in blend o per vini fruttati e freschi.
- Canaiolo Bianco: vitigno bianco poco diffuso, utilizzato in blend per dare morbidezza e profumi particolari.
- Pugnitello: raro vitigno rosso, riscoperto per vini freschi, leggeri e profumati.
Nuove coltivazioni e tendenze di mercato
- Vermentino Toscano è in crescita per rispondere alla domanda di vini bianchi freschi e aromatici, ideali per la cucina mediterranea.
- Coltivazioni sperimentali di vitigni internazionali come Syrah, Petit Verdot e Malbec in piccole quantità per ampliare l’offerta dei vini rossi strutturati.
- Interesse crescente per vitigni resistenti e a basso impatto ambientale, con produzioni biologiche e biodinamiche in espansione.
2. UMBRIA – Montefalco, Colli Perugini, Orvieto
Storia e Territorio
L’Umbria è terra di spiritualità, cultura rurale e tradizione vinicola. Montefalco, con le sue mura medievali e gli affreschi rinascimentali, domina la valle. I Colli Perugini conservano pievi, abbazie e castelli immersi nel verde. Orvieto, con la sua spettacolare cattedrale gotica e le vie scavate nel tufo, è una gemma da non perdere.
MONTEFALCO

Montefalco nasce come insediamento umbro e si sviluppa in età romana con ville patrizie, testimoniate da reperti archeologici e toponimi ancora esistenti.. Nel Medioevo compare come Castrum Coccorone, già libero Comune nel XII secolo. Nel 1249 assume il nome di Montefalco, secondo la tradizione in onore dell’imperatore Federico II, appassionato di falconeria e ospite della città nel 1240 durante la sua lotta contro il Papato.
Tra XIV e XV secolo Montefalco fu un importante centro del potere pontificio e, per alcuni periodi, sotto la signoria dei Trinci di Foligno. Tornata allo Stato della Chiesa, visse una fase di forte crescita economica e artistica, interrotta dal sacco del 1527 e dalle pestilenze.. Nel XIX secolo il territorio comunale si ampliò e nel 1848 Montefalco ottenne il titolo di città da papa Pio IX.
Cosa vedere a Montefalco
🏛 Centro storico
- Piazza del Comune: cuore medievale della città, con palazzi storici e atmosfera intatta.
- Mura e porte medievali: offrono splendidi scorci panoramici sulla valle umbra.
🎨 Complessi artistici e religiosi
- Chiesa e Museo di San Francesco
Capolavoro assoluto, conserva il celebre ciclo di affreschi di Benozzo Gozzoli sulla vita di San Francesco e ospita il Museo Civico. - Chiesa di Sant’Agostino: notevole esempio di gotico umbro.
- Chiesa di Santa Chiara: semplice e suggestiva, legata alla tradizione monastica.
🌿 Panorami e natura
- Montefalco è chiamata il “Balcone dell’Umbria”: dai belvedere si ammirano Assisi, Spoleto, Perugia e la valle del Topino-Clitunno.
ORVIETO

Orvieto ha origini etrusche ed è stata una delle città più potenti dell’Etruria. Già dal IV secolo a.C. il territorio era profondamente legato alla coltivazione della vite e alla produzione del vino, come testimoniano le tombe etrusche dipinte e i numerosi reperti ceramici destinati al banchetto e alla conservazione del vino. Nel 264 a.C. Orvieto fu distrutta dai Romani, che vollero cancellare ogni traccia della sua grandezza etrusca. La città fu ribattezzata Volsinii e per secoli fu vietato tornare ad abitare sulla rupe. Solo in età successiva nacque un nuovo insediamento, chiamato Urbs Vetus (“città vecchia”), da cui deriva il nome Orvieto.
Durante l’età romana la città visse una fase di isolamento e declino, restando lontana dalle principali vie commerciali. La rinascita avvenne tra il V e VI secolo d.C., quando le invasioni barbariche spinsero le popolazioni a rifugiarsi sui colli: la rupe tufacea offriva una difesa naturale eccezionale. Nel Medioevo Orvieto divenne un importante centro fortificato e successivamente un libero Comune. Con l’affermazione del Cristianesimo e il dominio dello Stato Pontificio, la città fu spesso sede di papi e cardinali. In questo periodo il vino di Orvieto conobbe grande fama, apprezzato alla corte pontificia e celebrato da viaggiatori, artisti e pontefici. Dopo secoli relativamente tranquilli, Orvieto entrò nel Regno d’Italia nel 1860. Nel Novecento il legame storico con la viticoltura fu ufficialmente riconosciuto con la nascita del vino Orvieto DOC nel 1971, confermando una tradizione millenaria che ancora oggi caratterizza il territorio.
Duomo di Orvieto

La Cattedrale di Orvieto (Duomo di Orvieto), dedicata a Santa Maria Assunta, è uno dei capolavori dell’architettura romanico-gotica italiana e simbolo incontrastato della città. La sua costruzione iniziò nel 1290 per volontà papale e si protrasse per oltre tre secoli, grazie al contributo di maestranze e artisti di altissimo livello. La facciata: un capolavoro di arte e colori. Ricca di mosaici dorati che raccontano episodi biblici e scene della vita della Vergine Maria. Il grande rosone fu progettato da Andrea di Cione, chiamato Orcagna, e circondato da figure dei Dottori della Chiesa. Scolpiti nella facciata ci sono anche rilievi e statue con i simboli dei quattro Evangelisti (angelo, leone, aquila, bue) creati principalmente da Lorenzo Maitani e collaboratori.
Le tre imponenti porte bronzee moderne rappresentano le Opere di Misericordia ed esaltano il messaggio cristiano di carità. La facciata è così ricca che è stata definita il “Giglio d’oro delle cattedrali” per la sua luminosità e bellezza.
Interno e capolavori pittorici
Cappella di San Brizio
Qui si trova uno dei cicli pittorici più importanti della storia dell’arte:
- Affrescata da Luca Signorelli tra il 1499 e il 1504, è un concentrato di energia artistica e drammaticità.
- Le scene raffigurano il Giudizio Universale, il Resurrezione della carne, l’Anticristo, i beati e i dannati, in una narrazione visiva impressionante.
- Questi affreschi influenzarono in modo significativo anche altri grandi artisti rinascimentali.
Cappella del Corporale
Questa cappella custodisce una delle reliquie più venerate dell’arte sacra:
- Il Sacred Linen (corporae) legato al Miracolo di Bolsena (1263), quando un’ostia consacrata iniziò a sanguinare durante la Messa, evento fondamentale per la dottrina eucaristica.
- Accanto ai dipinti narrativi di Ugolino di Prete Ilario, è esposto il prezioso reliquiario realizzato in materiali preziosi.
Altri elementi di grande valore
- Sculture interne: statue come la Pietà di Ippolito Scalza e il ciclo delle statue degli Apostoli realizzate da artisti come Francesco Mochi, Giambologna e altri maestri.
- Opera di Francesco Mochi: le statue della Annunciazione accanto all’altare maggiore sono considerate tra le prime opere barocche in Italia.
- Cripta e sotterranei: sotto il Duomo si aprono spazi affrescati e ambienti storici che raccontano la vita della fabbrica e i resti medievali.
Valore storico e spirituale
Il Duomo non è solo una meraviglia artistica, ma anche un luogo di grande significato religioso:
- Nacque anche come tributo al Miracolo dell’Eucaristia, evento che rafforzò la dottrina della transustanziazione.
- È stato spesso al centro della devozione religiosa e delle celebrazioni liturgiche più importanti della città e della Chiesa cattolica.
Cosa altro da vedere ad Orvieto
🏛 Monumenti e luoghi storici
- Pozzo di San Patrizio: capolavoro di ingegneria rinascimentale, costruito per garantire acqua alla città in caso di assedio.
- Fortezza Albornoz: imponente struttura difensiva con splendida vista sulla valle.
- Torre del Moro: simbolo civile della città, dalla cui sommità si gode un panorama a 360°.
🏺 Archeologia e musei
- Necropoli etrusche del Crocifisso del Tufo: straordinario esempio di città dei morti etrusca.
- Museo Archeologico Nazionale: conserva importanti reperti etruschi, tra cui gli affreschi della Tomba Golini.
🌿 Orvieto sotterranea
- Orvieto Underground: un affascinante sistema di grotte, pozzi e cunicoli scavati nel tufo nel corso dei secoli.
🍷 Tradizione enogastronomica
- Le cantine storiche e i vigneti che circondano la rupe raccontano il profondo legame della città con il vino, ancora oggi elemento identitario di Orvieto.
Cosa altro da visitare
- Perugia: Rocca Paolina, Palazzo dei Priori
- Todi: piazza del Popolo, Duomo
Vitigni e vini
IL SAGRANTINO

Come molti vitigni dalla storia antica, anche il Sagrantino è oggetto di svariate ipotesi circa la sua origine. Tuttavia, si ritiene che questo vitigno fosse coltivato in Umbria già dal Medioevo e venga pertanto considerato oggi un vitigno autoctono della regione. Alcuni attribuiscono l’importazione delle barbatelle di Sagrantino ai frati francescani, che lo avrebbero introdotto in Italia dall’Asia, altri invece ritengono che il vitigno sia originario della Grecia e che sarebbe stato importato dai monaci bizantini.
Indiscutibilmente, quindi, il vino Sagrantino ha un forte legame con le comunità religiose umbre, che lo utilizzavano durante le messe e le celebrazioni ecclesiastiche, ed è proprio da qui che deriva il nome di questo famoso vino. Nonostante un tempo non ci fosse una grande superficie vitata dedicata alla coltivazione di questo vitigno, non c’era un singolo contadino in Umbria che non coltivasse il Sagrantino, da degustare durante le grandi occasioni come la Pasqua e il Natale. Se le prime testimonianze scritte riguardanti le viti umbre risalgono all’anno 1100, bisognerà aspettare il 1549 per il primo documento ufficiale che cita le uve Sagrantino, periodo in cui i ceti nobiliari usavano imbandire le proprie tavole di vini pregiati, tra cui il Sagrantino di Montefalco, durante i ricevimenti con i personaggi illustri dell’epoca. Inizialmente questo vino veniva prodotto solo nella versione Passita, presente ancora oggi; dal 1900 si inizia a vinificare il Sagrantino nella versione secca e, rientrando nello scenario nazionale italiano tra i grandi vini rossi, ottiene il riconoscimento della DOC nel 1979. A seguito del successo riscontrato da questo eccellente vino, sia in Italia che all’estero, il Sagrantino di Montefalco viene elevato a DOCG nel 1992.
Il Vino Sagrantino
Da uve Sagrantino vinificate in purezza, coltivate nel cuore dell’Umbria, nascono dei vini di grande struttura, caratteristica attribuibile anche alle difese che questo vitigno ha dovuto sviluppare nel suo percorso di adattamento nella regione, per sopravvivere in condizioni climatiche avverse. Secondo il Disciplinare di Produzione, l’area di elezione del vitigno si trova nella zona collinare situata in provincia di Perugia, comprendente il Comune di Montefalco e parte dei Comuni di Bevagna, Castel Ritaldi, Giano dell’Umbria e Gualdo Cattaneo. I vigneti, coltivati sulle colline ad altezze variabili, beneficiano della differenziazione dei microclimi e delle caratteristiche dei terreni: nell’area sono infatti state individuate ben 4 sottozone dalle diverse peculiarità. Nell’area di elezione del Sagrantino di Montefalco DOCG, il clima è prevalentemente continentale e non mancano i periodi di intense precipitazioni e gelate: è in queste condizioni che il vitigno Sagrantino matura lentamente e sviluppa una buccia più spessa, risultando poi un vino ricco di tannini. È grazie all’esperienza dei viticoltori che la struttura possente di questo vino viene sfumata attraverso lunghi periodi di affinamento in un vino più vellutato ma pur sempre di carattere.
Le tipologie nelle quali è possibile degustare questo grande vino sono due:
Montefalco Sagrantino DOCG Passito: i grappoli di uva vengono fatti appassire per due mesi, come da tradizione, su graticci di legno. In seguito, il vino viene sottoposto a invecchiamento per 33 mesi in botti di rovere e per altri 4 mesi in bottiglia.
Montefalco Sagrantino DOCG: vino sottoposto a invecchiamento obbligatorio di 33 mesi, di cui 12 in botti di rovere e un ulteriore periodo di affinamento in bottiglia di 4 mesi.
- Grechetto e Trebbiano Spoletino: bianchi minerali e strutturati.
- Vitigni riscoperti: Pecorino, Cesanese.
- Orvieto DOC: vino bianco aromatico da Grechetto, Trebbiano, Malvasia e Drupeggio.
3. MARCHE – Verdicchio dei Castelli di Jesi e Matelica
Storia e Territorio
Le Marche, con dolci colline che scendono verso il mare Adriatico, sono ricche di borghi medievali, rocche e chiese romaniche. Jesi e Cupramontana sono fulcri storici del Verdicchio, vino simbolo della regione, legato a tradizioni antiche.
Cosa visitare
Jesi

Città di confine, di imperatori e di musica
Jesi sorge nel cuore della Vallesina, lungo il corso del fiume Esino, in una posizione strategica che ne ha fatto per secoli una città di frontiera, di difesa e di scambi. La sua storia è una stratificazione continua di civiltà, poteri e culture che ancora oggi convivono nel tessuto urbano.
Le origini antiche
Le prime testimonianze di insediamento risalgono agli Umbri, antico popolo italico che abitava queste terre prima dell’arrivo degli Etruschi, i quali estesero il loro dominio fino all’Adriatico. Nel IV secolo a.C. i Galli Senoni, scesi dal nord, stabilirono sul fiume Esino il confine meridionale dei loro territori, facendo di Jesi l’ultima roccaforte difensiva contro i Piceni. La svolta avvenne nel 295 a.C., con la Battaglia del Sentino, che sancì la vittoria definitiva di Roma sui popoli italici. Jesi divenne così colonia civium romanorum e assunse il nome di Aesis.
Aesis romana e la continuità urbana
Come municipium romano, Aesis venne strutturata secondo il modello del castrum, con cardo e decumano ben definiti. Questo impianto urbano è rimasto sorprendentemente leggibile fino a oggi, fuso con gli interventi medievali successivi. Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, Jesi entrò a far parte della Pentapoli bizantina, mantenendo un ruolo di rilievo nel sistema difensivo dell’Italia centrale.
Dal dominio della Chiesa al Comune libero
Nel 756, Jesi fu donata alla Chiesa insieme ad altri territori, dando avvio al potere temporale dei Papi. Tuttavia, con l’incoronazione di Carlo Magno nell’800, la città – pur formalmente ecclesiastica – rientrò nella sfera imperiale, all’interno della Marca. A partire dall’VIII secolo, l’opera dei monaci benedettini trasformò profondamente la valle dell’Esino: attorno all’anno Mille si contavano ben 28 abbazie, veri centri di spiritualità e sviluppo agricolo. Nel 999 l’imperatore Ottone III restituì Jesi alla Chiesa, favorendo la nascita di una struttura feudale che avrebbe segnato la città per oltre un secolo.
Jesi Città Regia
Intorno al 1130, Jesi conquistò la propria autonomia diventando libero Comune, con istituzioni proprie, Podestà, Consoli e Scuole delle Arti e dei Mestieri. È questo il periodo di massimo splendore medievale. Si elaborano gli Statuti comunali, si costruiscono i palazzi pubblici e la Cattedrale di San Settimio, mentre le mura vengono rafforzate lungo il tracciato romano. Il momento simbolicamente più alto arriva nel 1194, quando nel cuore di Jesi nasce Federico II di Svevia, futuro imperatore del Sacro Romano Impero. Federico conferirà alla città il titolo di “Città Regia”, legando il destino politico di Jesi a quello della dinastia sveva. I privilegi imperiali ottenuti dalla città si alternarono, nel tempo, a scomuniche e contrasti con il potere ecclesiastico, rendendo Jesi protagonista delle grandi tensioni tra Impero e Papato.
Il Rinascimento e la città che si rinnova
Con la crisi delle istituzioni comunali, Jesi entrò nell’epoca delle Signorie, passando sotto il controllo di famiglie potenti come i Malatesta, Braccio da Montone e Francesco Sforza. Nel 1447, Francesco Sforza cedette Jesi alla Chiesa, segnando la fine del periodo signorile. Seguì una fase di grande rinascita economica, demografica ed edilizia. Tra Quattrocento e Cinquecento la città cambia volto: si costruiscono nuove chiese e palazzi, si rafforza il sistema difensivo con Baccio Pontelli e nasce il Palazzo della Signoria, progettato da Francesco di Giorgio Martini, uno dei capolavori architettonici delle Marche. Accanto allo sviluppo urbano fiorisce la cultura: Lorenzo Lotto realizza a Jesi alcune delle sue opere più intense, nel 1472 viene stampata una delle prime edizioni della Divina Commedia, Ciccolino di Lucagnolo, orafo raffinato, influenza persino Benvenuto Cellini. Alla fine del Cinquecento, il potere si concentra nelle mani di un’oligarchia di proprietari terrieri, che governerà la città fino al Settecento.
Età napoleonica e Risorgimento
Nel 1797 le truppe napoleoniche pongono fine al dominio nobiliare e al controllo sul contado. Jesi diventa capoluogo di distretto del Dipartimento del Metauro. Il Settecento e l’Ottocento sono anche il secolo di due grandi figli della città: Giambattista Pergolesi e Gaspare Spontini, compositori di fama europea che porteranno il nome di Jesi nei principali teatri del continente. Dopo la Restaurazione del 1815, si afferma una visione più laica e borghese dello Stato, mentre iniziano le prime forme di industrializzazione, in particolare nel settore della seta. Le vicende del Risorgimento italiano vedono protagonisti anche cittadini jesini, come il marchese Antonio Colocci. Il 15 settembre 1860 i bersaglieri entrarono a Jesi; pochi giorni dopo, la battaglia di Castelfidardo sancì l’annessione definitiva delle Marche al Regno d’Italia.
Cosa visitare a Jesi oggi
Jesi è una città elegante, raccolta e ricca di testimonianze storiche. Tra i luoghi imperdibili: le mura medievali, uno dei sistemi difensivi meglio conservati delle Marche; Palazzo della Signoria (Palazzo dei Priori), capolavoro rinascimentale di Francesco di Giorgio Martini; la Cattedrale di San Settimio, cuore spirituale della città con origini medievali; Piazza Federico II, luogo simbolo della nascita dell’imperatore; Museo Federico II – Stupor Mundi, allestimento multimediale dedicato alla figura del grande imperatore; Pinacoteca Civica, con opere di Lorenzo Lotto; Teatro Pergolesi, uno dei teatri storici più importanti delle Marche; il centro storico romano-medievale, da percorrere a piedi seguendo l’antico tracciato del castrum.
Jesi oggi: accoglienza, borghi e Verdicchio
Oggi Jesi è la porta naturale dei Castelli di Jesi e del Verdicchio, vino simbolo di queste colline. È una città viva, accogliente, perfetta come base per scoprire borghi, cantine, percorsi culturali e paesaggi rurali. Un luogo dove la storia non è mai lontana dalle persone, e dove l’ospitalità familiare – tipica delle strutture extra-alberghiere – rappresenta il modo migliore per vivere il territorio.
CUPRAMONTANA

Cuore delle colline del Verdicchio e dell’arte contadina
Cupramontana è un borgo incastonato nelle dolci colline della Vallesina, dove la tradizione vitivinicola si intreccia con un’identità rurale forte e radicata. Conosciuta come la “città del Verdicchio”, è un punto di riferimento per gli amanti del vino, della natura e delle antiche radici contadine.
Origini e storia antica
Il territorio di Cupramontana ha origini antichissime, con testimonianze che risalgono all’epoca preromana, legate al popolo dei Piceni. La sua posizione strategica tra le colline ha favorito lo sviluppo di un insediamento stabile che si è evoluto nei secoli in un castello fortificato medievale, punto di difesa e di controllo dei territori circostanti.
Medioevo e l’importanza strategica
Nel Medioevo Cupramontana divenne uno dei “Castelli di Jesi”, la rete di borghi fortificati che proteggevano la città di Jesi. Le mura e le torri costruite in questo periodo testimoniano l’importanza militare e amministrativa del borgo. La comunità si sviluppò intorno alla vita agricola e alla coltivazione della vite, con una tradizione che si sarebbe consolidata nei secoli successivi.
Il Verdicchio: tradizione e cultura del vino
Cupramontana è il cuore pulsante della produzione del Verdicchio, il vitigno autoctono simbolo delle Marche. Il clima temperato, i terreni calcareo-argillosi e l’altitudine delle colline creano un terroir ideale per un vino bianco di grande eleganza e longevità. La coltivazione della vite è un’eredità che si tramanda da generazioni, intrecciata a festività, sagre e cultura locale.
Rinascimento e sviluppo artistico
Come molti borghi marchigiani, Cupramontana ha vissuto un periodo di crescita culturale e artistica tra Quattrocento e Cinquecento, con la costruzione di chiese, palazzi e opere d’arte sacra. Il legame con Jesi e il suo sviluppo storico ha favorito scambi culturali e artistici, mentre la vita contadina proseguiva tra fatica e devozione.
Epoca moderna e valorizzazione del territorio
Nei secoli successivi Cupramontana ha mantenuto la sua vocazione agricola, innovando nella produzione vinicola e promuovendo il territorio con manifestazioni e percorsi enogastronomici. Oggi il borgo è meta di turismo lento e consapevole, con cantine aperte, musei dedicati alla vite e al vino, e sentieri immersi nel paesaggio collinare.
Cosa visitare a Cupramontana
Cupramontana offre un’esperienza autentica tra arte, natura e gusto. Da non perdere: il Museo del Vino, che racconta la storia millenaria della viticoltura locale; la Chiesa di San Francesco, con affreschi e architetture suggestive; la Rocca di Cupramontana, antica fortezza dal fascino medievale; i sentieri panoramici sulle colline del Verdicchio; le cantine storiche e moderne dove degustare vini di eccellenza.
Cupramontana oggi: accoglienza e sostenibilità
Cupramontana è un esempio di come tradizione e innovazione possano convivere nel rispetto dell’ambiente e della cultura locale. Le strutture extra-alberghiere, spesso a conduzione familiare, offrono un’accoglienza calda e genuina, ideale per chi desidera vivere il territorio attraverso i suoi profumi, sapori e racconti.
Altri luoghi da visitare
- Staffolo: borgo con mura e torri
- Loreto: santuario mariano
- Ancona e Parco del Conero
Vitigni e vini
VERDICCHIO

Il Verdicchio: storia, vitigno e identità di un grande vino italiano. Nel cuore delle Marche, tra le colline della Vallesina e dell’entroterra anconetano, nasce uno dei vini bianchi più identitari d’Italia: il Verdicchio. Un vino che non è solo espressione agricola, ma racconto di storia antica, lavoro contadino, borghi fortificati e paesaggi modellati dall’uomo nel corso dei secoli.
Le origini antiche del Verdicchio
Il Verdicchio è uno dei vitigni autoctoni più antichi della penisola italiana. Le sue origini risalgono all’epoca preromana: ritrovamenti archeologici e fonti storiche attestano la presenza della vite in queste zone già nel VII secolo a.C., coltivata da Umbri ed Etruschi, che avevano compreso le straordinarie potenzialità di questo territorio.. Con l’arrivo dei Romani, la viticoltura si sviluppò ulteriormente. Plinio il Vecchio e altri autori latini descrivono vini prodotti nell’area dell’Esino come particolarmente longevi e adatti al commercio. Nei secoli successivi, furono i monasteri medievali, soprattutto benedettini, a custodire e tramandare la coltivazione del Verdicchio, integrandola nel sistema agricolo delle abbazie e dei castelli rurali.
Il vitigno Verdicchio
Il Verdicchio è un vitigno a bacca bianca, vigoroso e resistente, perfettamente adattato al clima collinare marchigiano. Il suo nome deriva dal colore degli acini, che mantengono riflessi verdognoli anche a piena maturazione.
Le caratteristiche principali del vitigno sono:
grappolo medio-grande, compatto
acino sferico, buccia spessa e ricca di sostanze aromatiche
acidità naturale elevata
straordinaria capacità di invecchiamento
Proprio questa acidità, unita alla struttura e alla mineralità, rende il Verdicchio uno dei pochi bianchi italiani capaci di evolvere positivamente per decenni.
Le uve e il territorio
Le uve di Verdicchio trovano il loro ambiente ideale nelle colline tra i 200 e i 500 metri di altitudine, su terreni calcarei e argillosi, ben ventilati e con forti escursioni termiche tra giorno e notte.
I due territori storici di elezione sono:
i Castelli di Jesi, con colline più dolci e un Verdicchio elegante, equilibrato e floreale
Matelica, valle più chiusa e fresca, che produce un Verdicchio più strutturato, verticale e minerale. In entrambi i casi, il vitigno esprime una forte identità territoriale, capace di riflettere con precisione il microclima e il suolo di provenienza.
I vini dei Castelli di Jesi

Verdicchio dei Castelli di Jesi – Dal vitigno Verdicchio nascono alcune delle denominazioni più importanti del panorama enologico italiano È la denominazione più ampia e conosciuta. Offre vini freschi, profumati, con note di fiori bianchi, mandorla, mela verde ed erbe aromatiche. Nelle versioni Classico e Riserva raggiunge livelli di grande complessità ed eleganza..
Dal vitigno Verdicchio nascono alcune delle denominazioni più importanti del panorama enologico italiano È la denominazione più ampia e conosciuta. Offre vini freschi, profumati, con note di fiori bianchi, mandorla, mela verde ed erbe aromatiche. Nelle versioni Classico e Riserva raggiunge livelli di grande complessità ed eleganza.. Verdicchio di Matelica DOC. Prodotto in un’area più ristretta, è caratterizzato da maggiore struttura, acidità marcata e forte mineralità. È spesso considerato il Verdicchio più longevo Verdicchio Spumante
Grazie alla sua acidità naturale, il Verdicchio si presta molto bene anche alla spumantizzazione, sia con metodo Charmat sia con metodo classico. Verdicchio Passito e da vendemmia tardiva Meno diffusi ma storicamente documentati, esprimono il lato più ricco e profondo del vitigno Caratteristiche sensoriali del Verdicchio. Il Verdicchio è un vino riconoscibile e mai banale. Al naso offre profumi di:
fiori bianchi
agrumi
mela verde
mandorla amara
erbe officinali
note minerali e saline
Al palato è fresco, sapido, strutturato, con una chiusura tipicamente amarognola che ne è la firma storica. Con l’invecchiamento emergono note di miele, idrocarburi e spezie, mantenendo sempre equilibrio e tensione.
Il Verdicchio oggi: identità e accoglienza Oggi il Verdicchio è il simbolo enologico dei Castelli di Jesi e delle colline marchigiane. È il vino che meglio racconta il legame tra borghi fortificati, campagna, lavoro agricolo e ospitalità diffusa. Degustarlo nei territori di origine, magari soggiornando in una struttura extra-alberghiera, significa entrare in contatto diretto con una cultura del vino autentica, fatta di famiglie, cantine storiche, paesaggi rurali e tradizioni ancora vive.
Altri vini importanti
Pecorino e Passerina: due grandi bianchi dell’Adriatico centrale Accanto al Verdicchio, le Marche e l’Appennino adriatico custodiscono altri due vitigni autoctoni di grande personalità: il Pecorino e la Passerina. Due uve antiche, riscoperte negli ultimi decenni, capaci di esprimere vini profondamente legati al territorio, alla pastorizia, alle colline e alle montagne che guardano il mare.
Il Pecorino: il bianco di montagna Nonostante il nome possa trarre in inganno, il Pecorino non ha nulla a che fare con il formaggio. Il termine deriva probabilmente dalla consuetudine dei pastori di piantare questa vite lungo i tratturi, dove le pecore trovavano riparo e nutrimento durante la transumanza. Il vitigno Pecorino Il Pecorino è un vitigno a bacca bianca di origine appenninica, diffuso storicamente tra Marche, Abruzzo e parte dell’Umbria.
Le sue caratteristiche principali sono:
grappolo piccolo e compatto
acino medio-piccolo, buccia spessa
maturazione precoce
acidità naturale elevata
ricchezza aromatica e struttura
È un vitigno vigoroso ma delicato, che richiede altitudine, ventilazione e forti escursioni termiche per esprimere al meglio il suo carattere.
Le uve e il territorio del Pecorino
Il Pecorino predilige zone collinari e montane, spesso tra i 300 e i 600 metri di altitudine, su suoli calcarei e poveri. Lontano dalle grandi pianure, trova la sua massima espressione nei territori interni, dove il clima fresco preserva aromi e acidità.
I vini da Pecorino Il Pecorino dà origine a vini bianchi secchi, intensi e strutturati, capaci anche di un buon invecchiamento. Le principali denominazioni includono:
Pecorino delle Marche
Offida DOCG Pecorino
Falerio Pecorino DOC
Le versioni migliori offrono vini di grande personalità, spesso imbottigliati in purezza.
Caratteristiche sensoriali del Pecorino Al naso il Pecorino è intenso e complesso, con note di:
fiori bianchi
agrumi maturi
erbe aromatiche
frutta gialla
leggere note balsamiche e minerali
In bocca è secco, fresco ma strutturato, con una sapidità marcata e una chiusura lunga. È un bianco che sorprende per potenza ed equilibrio, ideale anche per la tavola.
La Passerina: il bianco della costa e delle colline dolci La Passerina è uno dei vitigni più antichi dell’area adriatica centrale. Il nome potrebbe derivare dall’apprezzamento degli acini da parte dei passeri, attratti dalla loro dolcezza, oppure dalla forma compatta del grappolo.
il vitigno Passerina
La Passerina è un vitigno a bacca bianca diffuso storicamente lungo le colline costiere e dell’immediato entroterra marchigiano e abruzzese.
Le sue caratteristiche principali sono:
grappolo medio-grande
acino sferico, buccia sottile
buona produttività
maturazione medio-tardiva
acidità moderata
È un vitigno generoso, che ben si adatta ai climi miti e ventilati.
Le uve e il territorio della Passerina
La Passerina esprime il meglio di sé nelle colline che degradano verso l’Adriatico, su terreni sabbiosi o argillosi, ben esposti e ricchi di luce. Ama il clima marino, che ne esalta freschezza e bevibilità. I vini da Passerina
La Passerina dà origine a vini freschi, immediati e versatili, ideali per il consumo quotidiano ma capaci anche di interessanti interpretazioni più strutturate. Le principali denominazioni includono:
Passerina Marche IGT
Offida DOCG Passerina
Falerio DOC
È utilizzata sia in purezza sia in assemblaggio. Caratteristiche sensoriali della Passerina .Al naso la Passerina è delicata e fragrante, con profumi di:
fiori di campo
mela e pera
agrumi leggeri
note erbacee e saline
Al palato è fresca, morbida, equilibrata, con una piacevole sapidità finale. È un vino conviviale, perfetto per accompagnare la cucina di mare e le preparazioni semplici della tradizione.
Pecorino e Passerina oggi
Oggi Pecorino e Passerina rappresentano due anime complementari del vino adriatico: il primo più intenso e montano, il secondo più solare e marino. Entrambi raccontano una viticoltura di territorio, fatta di piccoli produttori, colline curate e ospitalità diffusa. Vini da scoprire lentamente, magari soggiornando in una casa di campagna, in un B&B o in un borgo storico, per vivere il territorio come fanno le comunità locali.
Vitigni dimenticati
Maceratino e Trebbiano Spoletino stanno tornando alla ribalta.
Nuovi progetti vitivinicoli
Recentemente, le Marche hanno visto un’onda di innovazione con vigneti in altitudine e microclimi particolari, pratiche biologiche e biodinamiche, e sperimentazioni di vinificazione moderne. Questi progetti mirano a valorizzare i vitigni autoctoni e a soddisfare un mercato globale esigente e curioso, portando questa regione al centro dell’attenzione nel panorama enologico italiano.
4. LAZIO – Frascati , Castelli Romani, Montefiascone
Storia e Territorio
Il Lazio è ricco di storia, dal mondo etrusco a quello romano. I Castelli Romani sono celebri per ville, laghi vulcanici e borghi affascinanti. Montefiascone, sulla riva del Lago di Bolsena, è legata al vino Est! Est!! Est!!!. Orvieto, a cavallo tra Lazio e Umbria, è città d’arte e cultura.
Cosa visitare
FRASCATI

Storia, Arte, Natura e Sapori nella Perla dei Castelli Romani – Frascati è una delle località più suggestive e amate dei Castelli Romani, situata su dolci colline a soli 20 chilometri da Roma. La sua storia millenaria, la sua cultura vinicola, l’arte e la natura che la circondano ne fanno una meta imperdibile per chi desidera scoprire un’Italia autentica e ricca di fascino.
Storia di Frascati: Dalle Origini Romane al Barocco
Le origini di Frascati risalgono all’epoca romana, quando il territorio era conosciuto come Tusculum, un’antica città latina famosa per le sue ville di campagna costruite dai patrizi romani. Tusculum era un importante centro politico e culturale, ma soprattutto una zona privilegiata per il clima fresco e l’aria salubre, ideale per le residenze estive. Tra queste ville storiche, molte si trovavano sulle colline che oggi corrispondono all’area di Frascati. Nel 1191, Tusculum fu distrutta dalle truppe romane in un conflitto politico, segnando una svolta drammatica per la zona. Dopo questo evento, la popolazione si spostò più a valle e diede origine a quello che oggi è Frascati, prendendo progressivamente forma come insediamento autonomo. Durante il Rinascimento e soprattutto nel XVII secolo, Frascati conobbe un periodo di grande splendore grazie all’interesse delle famiglie nobili romane, che costruirono sontuose ville come rifugi estivi lontano dalla città, dove potevano godere della campagna e della buona compagnia. Furono proprio queste ville, con i loro giardini, affreschi e architetture eleganti, a plasmare l’identità culturale della città. L’arte barocca e rinascimentale qui si fonde con la natura creando uno scenario unico. Frascati fu inoltre scelta da diversi papi come residenza estiva, contribuendo ulteriormente al suo sviluppo artistico e culturale. Nel corso dei secoli, la città è riuscita a conservare questo patrimonio architettonico e paesaggistico, diventando un importante punto di riferimento per il turismo culturale nei Castelli Romani.
Cosa Vedere a Frascati: Ville, Musei e Natura
- Villa Aldobrandini
Costruita alla fine del Cinquecento per il papa Clemente VIII Aldobrandini, questa villa è il simbolo di Frascati. Il suo maestoso giardino all’italiana si apre su una terrazza panoramica che domina la Valle del Tevere e offre una vista spettacolare su Roma e l’Appennino. All’interno si trovano affreschi di artisti come Cavalier d’Arpino, che raccontano storie mitologiche e allegoriche. - Villa Torlonia
Nel cuore di Frascati, questa villa è circondata da un parco lussureggiante ed è famosa per la sua architettura elegante. Spesso ospita eventi culturali e mostre temporanee. - Piazza San Pietro e la Cattedrale di San Pietro Apostolo
La piazza principale di Frascati è il fulcro della vita sociale della città, con bar, ristoranti e negozi. La cattedrale, ricostruita nel XVIII secolo dopo un terremoto, conserva opere d’arte di rilievo e rappresenta un esempio prezioso di architettura religiosa del periodo. - Museo Tuscolano
Il museo archeologico espone reperti della civiltà romana legata a Tusculum, con materiali che vanno dai reperti quotidiani agli oggetti di culto, permettendo di approfondire la storia antica della zona. - Sentieri naturalistici e parchi
Frascati è circondata da aree verdi, boschi e vigneti, ideali per escursioni a piedi o in bici. Il Parco regionale dei Castelli Romani offre sentieri ben segnalati che conducono a punti panoramici di grande suggestione.
Enogastronomia e Tradizioni
Frascati è universalmente nota per il suo vino bianco DOC, apprezzato in tutta Italia e all’estero. Il “Frascati Superiore” è un vino fresco, leggero e aromatico, perfetto per accompagnare la cucina romana fatta di piatti semplici ma saporiti, come la porchetta, i salumi, i formaggi locali e i primi piatti tradizionali. Le “fraschette” di Frascati sono luoghi tipici dove si può assaporare il vino locale insieme a cibo genuino, in un ambiente informale e conviviale che richiama la cultura dell’accoglienza familiare. Questi locali rappresentano un patrimonio culturale e sociale fondamentale, dove la tradizione si tramanda di generazione in generazione. Ogni anno, a settembre, si tiene la festa del vino, un evento che celebra la vendemmia con degustazioni, musica, spettacoli e momenti di convivialità, richiamando visitatori da tutta la regione e oltre.
Conclusione
Frascati è molto più di una semplice località turistica: è un luogo dove storia, arte, natura e tradizione si intrecciano per offrire un’esperienza autentica e coinvolgente. Le ville storiche e i musei raccontano secoli di storia e cultura, mentre i paesaggi e i sentieri invitano a scoprire la bellezza della natura laziale. La sua vocazione enogastronomica, con vini e piatti tipici, completa un quadro ricco e variegato.
Per le strutture ricettive extra-alberghiere, Frascati rappresenta un’occasione preziosa per offrire ospitalità di qualità, capace di valorizzare il turismo sostenibile e rispettoso del territorio. Accogliere i visitatori in questo angolo di Lazio significa partecipare a una tradizione di accoglienza autentica, fatta di cura, passione e rispetto per la cultura locale.
MONTEFIASCONE
Borgo di storia, vino e panorami sul Lago di Bolsena Montefiascone sorge su un colle vulcanico che domina il Lago di Bolsena, offrendo panorami ampi e suggestivi. Il territorio in cui si trova è frequentato sin dall’antichità, con tracce di insediamenti protostorici ed etruschi che attestano una presenza umana continuativa nei secoli. Nel Medioevo il borgo si sviluppò come centro fortificato lungo l’antica via Cassia, una delle principali vie di comunicazione tra Roma, l’Umbria e la Toscana, fino a diventare un importante presidio strategico dell’allora Patrimonio di San Pietro

.La sua posizione elevata e difendibile ne fece un luogo ambito da pontefici e nobili, così che nel corso dei secoli Montefiascone consolidò il proprio ruolo come centro politico, religioso e culturale nella Tuscia viterbese. È celebre anche per il vino Est! Est!! Est!!!, la leggenda medievale secondo cui un ecclesiastico tedesco, sorpreso dalla qualità del vino locale, segnò con un triplice “EST!” le migliori osterie della zona invitando il suo vescovo a fermarsi qui.
La Rocca dei Papi: storia e potere papale
La Rocca dei Papi è il simbolo storico e panoramico di Montefiascone. Sorge sulla sommità del colle più alto del borgo, in una posizione da sempre considerata strategica per il controllo del territorio e per la difesa delle vie di comunicazione. Le prime strutture fortificate risalgono al Medioevo, ma la Rocca raggiunse il suo massimo prestigio sotto il pontificato di Innocenzo III, che la scelse come sede del Rettore del Patrimonio di San Pietro in Tuscia e ne fece un centro politico di riferimento. Nel corso dei secoli successivi, praticamente tutti i pontefici interessati alle vicende della Tuscia intervennero sulla fortezza, ampliandola e rafforzandola. Durante il Rinascimento, fu l’architetto Antonio da Sangallo il Giovane a realizzare gli ultimi significativi ampliamenti sul palazzo interno, completati nel 1516 sotto papa Leone X. La fortezza non fu soltanto una struttura difensiva, ma anche residenza papale estiva e luogo di accoglienza per legati e ospiti di rilievo. Oggi la Rocca conserva parti dell’antica struttura, emergenze archeologiche, sale come la Sala Innocenzo III e la Sala Leone X, e la Torre del Pellegrino, dalla quale si gode una spettacolare vista sul lago, sui Monti Cimini e sulle colline circostanti.
Cosa vedere a Montefiascone
- Rocca dei Papi – Fortezza medievale e rinascimentale sulla cima del colle, con museo, spazi espositivi e panorama mozzafiato sul Lago di Bolsena e la campagna circostante.
- Cattedrale di Santa Margherita di Antiochia – La grande chiesa con imponente cupola progettata da Carlo Fontana, tra le più notevoli del Lazio.
- Basilica di San Flaviano – Meravigliosa chiesa romanico‑gotica di epoca medievale, con affreschi e una cripta suggestiva.
- Chiesa di Santa Maria delle Grazie – Altra testimonianza di architettura sacra e arte locale, attribuita anche a Sanmicheli.
- Lago di Bolsena – Il più grande lago vulcanico d’Europa, a pochi minuti dal centro, perfetto per escursioni, passeggiate e relax sul lungolago.
- Centro storico – Stradine medievali, scorci panoramici e palazzi storici che raccontano il passato di una comunità viva e accogliente.
Montefiascone è anche tappa obbligata per degustare l’Est! Est!! Est!!! e altri vini locali, vivendo un’esperienza che unisce storia, vino, paesaggio e cultura rurale nel cuore della Tuscia.
Altri luoghi da visitare
- Castel Gandolfo e Lago Albano
- Nemi e il suo borgo medievale
- Necropoli di Tarquinia e Cerveteri
Est! Est!! Est!!! Di Montefiascone

Questo vino dal nome insolito è un vino bianco laziale, prodotto nella provincia di Viterbo, a Denominazione di Origine Controllata (DOC). Il suo bizzarro nome ha una storia che si perde nella notte dei tempi addirittura risalente al 1111
Narra la leggenda. Infatti, (correva l’anno 1111 ) ed Enrico V di Franconia si stava recando da Papa Pasquale II per ricevere il titolo di quarto imperatore del Sacro Romano Impero. Con lui viaggiava Johannes Defuk, vescovo amante del vino. Il coppiere dell’ecclesiastico, Martino, aveva il compito di precederlo e scovare le locande che servivano il vino migliore. Per segnalarle, doveva scrivere “est” (c’è) vicino alla porta. Arrivato a Montefiascone, Martino fu tanto colpito dalla qualità del vino locale da segnalarlo ripetendo per tre volte “Est! Est!! Est!!!”. Johannes Defuk si trovò decisamente d’accordo con il coppiere, tanto che, una volta portato a termine il suo compito, decise di tornare a Montefiascone, dove rimase fino al giorno della sua morte. Presso la chiesa di San Flaviano, dove è stato sepolto Defuk, ancora oggi si può leggere sulla sua lapide “Per il troppo EST! qui giace morto il mio signore Johannes Defuk”.
Zone di produzione del vino Est! Est!! Est!!! di Montefiascone
La zona di produzione dell’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone DOC comprende i comuni di Montefiascone, Bolsena, San Lorenzo Nuovo, Grotte di Castro, Gradoli, Capodimonte e Marta, tutti situati nella provincia di Viterbo.

I vigneti si estendono sulle colline di origine vulcanica che circondano il lago di Bolsena, beneficiando di terreni ricchi di minerali, di una buona esposizione solare e di un microclima favorevole. Il disciplinare prevede che le condizioni ambientali siano quelle tipiche della zona, escludendo terreni eccessivamente umidi, di fondovalle o poco soleggiati, per garantire uve di qualità e un’espressione fedele del territorio.
I vitigni consentiti e le norme di produzione
a produzione dell’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone DOC è regolata da un disciplinare che prevede l’impiego dei seguenti vitigni:
- Trebbiano Toscano (Procanico): dal 50% al 65%
- Trebbiano Giallo (Rossetto): dal 25% al 40%
- Malvasia Bianca Lunga e/o Malvasia del Lazio: dal 10% al 20%
- Altre uve bianche non aromatiche, idonee alla coltivazione nel Lazio: fino a un massimo del 15%
Est! Est!! Est!!! di Montefiascone: le caratteristiche organolettiche
Il vino Est! Est!! Est!!! di Montefiascone è di colore giallo paglierino brillante, talvolta con riflessi verdolini. Il profumo è intenso, con sentori di frutta gialla e agrumi, note floreali e toni erbacei. Il sapore è asciutto, secco o abboccato, di buon corpo e gradevolmente acido. Ottimo con primi piatti con sughi senza pomodoro, carni bianche o in abbinamento a un menù di pesce.
Dopo aver scoperto le qualità del vino Est! Est!! Est!!! di Montefiascone, non ti resta che scoprire i migliori vini bianchi laziali selezionati per te dagli esperti di Svinando!
Le caratteristiche del vino
L’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone si presenta con un colore giallo paglierino brillante, talvolta arricchito da riflessi verdolini. Al naso è intenso e fragrante, con sentori di frutta gialla e agrumi, accompagnati da note floreali e leggere sfumature erbacee.
Al palato è asciutto, secco o leggermente abboccato, di buon corpo, con una gradevole acidità che lo rende fresco e piacevolmente equilibrato. È un vino versatile, particolarmente adatto all’abbinamento con primi piatti dai condimenti delicati, carni bianche e piatti a base di pesce, in particolare della tradizione lacustre.
Un vino, un territorio, un’accoglienza autentica
L’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone DOC rappresenta una sintesi perfetta tra storia millenaria, paesaggio vulcanico e cultura del vino. Un prodotto che racconta il Lazio più autentico, fatto di borghi, colline e accoglienza familiare, dove il turismo enogastronomico diventa occasione di scoperta e incontro.
Un itinerario ideale da vivere lentamente, tra cantine, strutture extra-alberghiere e tradizioni locali, nel segno di un’ospitalità genuina e sostenibile
I Castelli Romani: storia, borghi e paesaggi tra Roma e i Colli Albani
I Castelli Romani sono un insieme di 17 comuni collinari situati a sud‑est di Roma, sulle pendici dell’antico Vulcano Laziale e circondati da due laghi vulcanici, il Lago di Albano e il Lago di Nemi. Queste terre, note fin dall’antichità per la loro fertilità, diventarono presto una meta privilegiata per la villeggiatura romana e, nei secoli successivi, un importante centro di insediamenti fortificati, residenze patrizie e città legate alla produzione del vino e all’agricoltura.
Il nome “Castelli Romani” deriva proprio dalle fortificazioni e dalle residenze feudali che sorsero qui a partire dal Medioevo, costruite e governate da potenti famiglie baronali dell’area romana, come i Savelli, Orsini, Colonna e Chigi. Tra i borghi storici di questa zona spiccano Ariccia, Marino e Castel Gandolfo, ciascuno con una storia, una fisionomia e una tradizione enogastronomica e culturale di grande rilievo.
Ariccia
Un borgo millenario tra mito, storia latina e tradizione culinaria Ariccia è uno dei centri più antichi dei Castelli Romani, con origini che risalgono alla prima età del Ferro (VIII–VII secolo a.C.) e alla civiltà della Lega Latina. Secondo antiche leggende, il borgo fu fondato da figure mitiche legate al culto del dio Virbio e alla tradizione di Diana Nemorensis, la dea venerata nel vicino lago di Nemi -Durante la Repubblica romana, Ariccia fu un centro strategico sulla Via Appia, primo punto di sosta per chi viaggiava verso sud dalla capitale. Con l’espansione dell’Impero fu progressivamente integrata nell’orbita romana, perdendo parte dell’autonomia politica ma consolidando la sua funzione di tappa e luogo di villeggiatura .

Nel Medioevo e nell’Età moderna divenne possesso delle principali famiglie nobiliari, tra cui i Savelli e poi i Chigi, che contribuirono alla costruzione di palazzi, ville e opere artistiche. Oggi Ariccia è celebre per la sua piazza principale progettata da Bernini e per la porchetta IGP, un simbolo gastronomico che si abbina perfettamente ai vini locali e che richiama visitatori da tutta Italia.
Un borgo millenario tra mito, storia latina e tradizione culinaria
Ariccia è uno dei centri più antichi dei Castelli Romani, con origini che risalgono alla prima età del Ferro (VIII–VII secolo a.C.) e alla civiltà della Lega Latina. Secondo antiche leggende, il borgo fu fondato da figure mitiche legate al culto del dio Virbio e alla tradizione di Diana Nemorensis, la dea venerata nel vicino lago di Nemi -Durante la Repubblica romana, Ariccia fu un centro strategico sulla Via Appia, primo punto di sosta per chi viaggiava verso sud dalla capitale. Con l’espansione dell’Impero fu progressivamente integrata nell’orbita romana, perdendo parte dell’autonomia politica ma consolidando la sua funzione di tappa e luogo di villeggiatura – Nel Medioevo e nell’Età moderna divenne possesso delle principali famiglie nobiliari, tra cui i Savelli e poi i Chigi, che contribuirono alla costruzione di palazzi, ville e opere artistiche. Oggi Ariccia è celebre per la sua piazza principale progettata da Bernini e per la porchetta IGP, un simbolo gastronomico che si abbina perfettamente ai vini locali e che richiama visitatori da tutta Italia.
Marino

La città del vino e dell’uva: tradizione e festa tra storia e folklore – Marino è un’altra delle città storiche dei Castelli Romani, con un territorio abitato fin dall’antichità e una presenza significativa già in epoca romana, quando era conosciuta come Castrimoenium e fungeva da importante nodo logistico e agricolo. Nel Medioevo fu dominata da famiglie come i Frangipane e gli Orsini, poi dai Colonna, che arricchirono il borgo con edifici e monumenti.
Marino è fortemente legata alla viticoltura, come testimonia anche la sua doc storica e le celebrazioni popolari: tra queste la celeberrima Sagra dell’Uva, la più antica d’Italia, nata nel 1925 e tuttora celebrata ogni anno la prima domenica di ottobre. Durante la festa, il centro storico si anima di cortei storici, musica, costumi e, simbolicamente, le fontane che “danno vino”, in omaggio alla lunga tradizione vinicola del territorio.
Castel Gandolfo
La residenza estiva dei Papi e la storia millenaria del borgo sul lago – Castel Gandolfo è probabilmente il borgo più celebre dei Castelli Romani, noto in tutto il mondo per essere stato, per secoli, la residenza estiva ufficiale dei Papi. La sua posizione panoramica sul Lago di Albano, all’interno di quello che fu l’antico cratere vulcanico, lo ha reso da sempre un luogo privilegiato di villeggiatura e di meditazione. La città sorse probabilmente sui resti dell’antica Alba Longa,

città leggendaria della tradizione latina, e fu un centro agricolo e fortificato fin dal Medioevo. Nel XVII secolo, sotto Papa Urbano VIII, Castel Gandolfo divenne una vera e propria residenza papale: fu costruito il Palazzo Pontificio sul sito del vecchio castello medievale, ampliato e abbellito con opere architettoniche e giardini. La piazza della Libertà, la collegiata di San Tommaso da Villanova e altri edifici raccontano questa lunga eredità di arte e potere. Dalla fine dello Stato Pontificio e con i Patti Lateranensi del 1929, il Palazzo Pontificio ha mantenuto una funzione speciale nei rapporti tra Vaticano e Italia, continuando a essere simbolo di una storia di fede, arte e cultura.
I Castelli Romani oggi
Borghi vivaci, vini, natura e cultura
Oggi i Castelli Romani non sono solo una testimonianza storica, ma un territorio vitale e vitivinicolo, dove la produzione di vini come il Frascati DOC, i vini dei Colli Albani e il Marino DOC affonda le radici nella tradizione agricola classica e nella passione popolare. Le colline vulcaniche, i laghi, le ville patrizie, i percorsi enogastronomici e le sagre popolari trasformano l’area in una meta ideale per il turismo lento, alla scoperta di storia, sapori e paesaggi indimenticabili.
Vitigni e vini
Frascati e i vini dei Castelli Romani

Storia, territorio e vini di una delle aree vinicole più antiche d’Italia Nel cuore dei Castelli Romani, a sud di Roma e sulle morbide colline dei Colli Albani, nasce uno dei vini italiani più storici e rappresentativi: il Frascati DOC, da sempre legato alla cultura vitivinicola laziale e alla civiltà enologica romana. Questa zona è stata uno dei più antichi centri di coltivazione della vite in Italia: esistono testimonianze di viticoltura già dal V secolo a.C. nei pressi dell’antica Tusculum, l’attuale Frascati. I vini locali erano apprezzati già nell’Antica Roma e, nel Rinascimento, le nobili famiglie romane costruirono ville e palazzi tra i vigneti, dando nuovo impulso alla viticoltura e alla produzione di vini destinati tanto alla corte papale quanto alla tavola delle osterie locali.
Questa zona è stata uno dei più antichi centri di coltivazione della vite in Italia: esistono testimonianze di viticoltura già dal V secolo a.C. nei pressi dell’antica Tusculum, l’attuale Frascati. I vini locali erano apprezzati già nell’Antica Roma e, nel Rinascimento, le nobili famiglie romane costruirono ville e palazzi tra i vigneti, dando nuovo impulso alla viticoltura e alla produzione di vini destinati tanto alla corte papale quanto alla tavola delle osterie locali.
Origini storiche e cultura del vino
La tradizione del Frascati è antichissima. Con l’espansione di Roma, la viticoltura divenne una delle attività agricole principali, tanto che trattati agronomici classici ne parlano già nel I secolo a.C. Nel corso dei secoli la produzione si consolidò grazie anche alle regole statutarie emanate nel 1500, che disciplinavano le aree di coltivazione e l’organizzazione della vendemmia. Durante il Rinascimento, il vino di Frascati conquistò fama e prestigio in tutta l’area romana, tanto da essere servito nelle numerose fraschette – le tipiche osterie dei Castelli Romani – dove locali e viaggiatori si ritrovavano per degustarlo in compagnia. Nel 1966 il Frascati fu tra i primi vini italiani ad ottenere la DOC (Denominazione di Origine Controllata), riconoscimento che ne certifica la qualità e l’origine. Successivamente, nel 2011, alcune tipologie come il Frascati Superiore e il Cannellino di Frascati sono state elevate alla DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita), riflettendo standard produttivi più rigorosi e un maggiore impegno qualitativo. Questa zona è stata uno dei più antichi centri di coltivazione della vite in Italia: esistono testimonianze di viticoltura già dal V secolo a.C. nei pressi dell’antica Tusculum, l’attuale Frascati. I vini locali erano apprezzati già nell’Antica Roma e, nel Rinascimento, le nobili famiglie romane costruirono ville e palazzi tra i vigneti, dando nuovo impulso alla viticoltura e alla produzione di vini destinati tanto alla corte papale quanto alla tavola delle osterie locali.
Vitigni e uve
Le principali uve utilizzate nella produzione del Frascati sono:
- Malvasia Bianca di Candia e/o Malvasia del Lazio (Puntinata) – minimo circa 70% dell’uvaggio totale;
- Trebbiano Toscano, Trebbiano Giallo, Greco Bianco, Bombino Bianco, Bellone – fino al restante 30% o secondo disciplinare specifico;
- Altre uve bianche idonee alla coltivazione nella regione fino a limiti regolamentati.
Questa composizione privilegia le varietà aromatiche locali (come la Malvasia), che donano al vino fragranze floreali e fruttate, unite alla freschezza e alla sapidità tipiche dei bianchi dei Castelli Romani.
- Cesanese del Piglio DOCG: rosso aromatico e corposo.
- Est! Est!! Est!!! di Montefiascone DOC: vino bianco aromatico, da Trebbiano Toscano e Malvasia.
- Vitigni riscoperti come Bellone e Malvasia Puntinata.
I vini
Frascati DOC
È il vino bianco emblematico della zona. Di colore giallo paglierino con riflessi luminosi, al naso sprigiona aromi freschi di frutta bianca, fiori e note agrumate, mentre al gusto risulta fresco, armonico e di piacevole acidità, ideale come vino giovane da accompagnare a piatti di pesce, antipasti, primi con condimenti delicati e carni bianche.
Frascati Superiore DOCG
Versione più strutturata e complessa, prodotta nel rispetto di regole più stringenti. Presenta aromi più intensi e una maggiore profondità gustativa, spesso apprezzata anche da sola come vino da meditazione o abbinata a piatti di cucina tradizionale.
Cannellino di Frascati DOCG
È la versione dolce tradizionale di Frascati, ottenuta da uve lasciate ad appassire. Al naso offre sentori morbidi e avvolgenti di frutta matura e miele, mentre al palato è vellutato e armonico: un vino da dessert perfetto con pasticceria o formaggi stagionati.
Vini dei Castelli Romani DOC
Oltre al Frascati, la denominazione Castelli Romani DOC comprende anche altre tipologie di vini, bianchi e rosati, sia fermi sia frizzanti, prodotti con blend di vitigni autoctoni bianchi per i bianchi e varietà locali o internazionali per i rosati, offrendo un catalogo enologico più ampio ma sempre legato alla vocazione territoriale.
Identità, cultura e turismo del vino
Il vino di Frascati e dei Castelli Romani non è solo una bevanda: è l’espressione di un patrimonio storico millenario, profondamente legato alla civiltà romana, ai cicli agricoli rinascimentali e alle tavole della Città Eterna. Da secoli accompagna la vita quotidiana e conviviale del territorio, diventando simbolo di identità e continuità culturale.
Oggi rappresenta una componente essenziale dell’esperienza enogastronomica del Lazio, insieme alle storiche fraschette – le osterie popolari dove il vino si consuma in libertà – e agli itinerari che attraversano cantine, ville storiche e paesaggi collinari di grande suggestione. Questo patrimonio vitivinicolo non è solo memoria del passato, ma anche una risorsa viva per il presente e il futuro: un filo conduttore che unisce prodotti di qualità, tradizioni locali e accoglienza diffusa, valorizzando forme di ospitalità autentica, familiare e sostenibile, in perfetta sintonia con lo spirito dei Castelli Romani.
INVITO AD ADERIRE AL PROGETTO ANBBA
Fattorie, cantine e strutture ricettive extra-alberghiere sono invitate a partecipare con proposte di vendita diretta e degustazioni scrivendo a:
📩 consulente@anbba.it
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ANBBA ringrazia calorosamente Enoteca Le Barrique per la collaborazione e ti invita a visitare il loro sito per scoprire offerte, eventi e tanto altro!
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