
Il 1,4% del patrimonio abitativo italiano sotto accusa
C’è una regola non scritta della politica italiana: quando un problema è troppo grande per essere risolto, bisogna trovare qualcuno a cui dare la colpa.
Negli ultimi anni quel qualcuno sono diventati gli host degli affitti brevi.
Sono stati dipinti come i responsabili dell’emergenza casa, dell’aumento dei canoni, dello spopolamento dei centri storici e perfino del declino delle città. Una narrazione semplice, efficace, perfetta per i titoli dei giornali e per i comunicati stampa. Peccato che, come spesso accade, sia la realtà a smentirla.
I numeri che smentiscono la narrazione
I numeri sono impietosi.
In tutta Italia le seconde case destinate agli affitti brevi con un annuncio online sono circa 492 mila. Appena l’1,4% dei 35,6 milioni di abitazioni presenti nel Paese. E solo il 5,2% delle 9,6 milioni di seconde case esistenti.
Tradotto: non siamo davanti all’elefante che schiaccia il topolino. Siamo davanti a un topolino accusato di aver abbattuto un grattacielo.
Eppure il processo mediatico continua.
Perché? Perché è molto più semplice dichiarare guerra a una categoria che affrontare le vere cause della crisi abitativa italiana.
Le vere cause della crisi della casa
La verità è che da decenni manca una politica della casa degna di questo nome. Mancano investimenti, manca una strategia nazionale, manca una programmazione seria. Si rincorrono le emergenze, ma non si costruiscono soluzioni.
Nelle grandi città il patrimonio di edilizia residenziale pubblica, in moltissimi casi, versa in condizioni di degrado. Migliaia di alloggi attendono manutenzioni, recuperi o ristrutturazioni. Altri restano inutilizzati per anni a causa della burocrazia e della mancanza di risorse. Nel frattempo, le graduatorie per una casa popolare si allungano e il disagio abitativo cresce.
Esiste poi il tema delle occupazioni abusive degli immobili pubblici, un fenomeno che da anni alimenta tensioni sociali e sottrae alloggi a chi avrebbe diritto ad accedervi attraverso le graduatorie. È una questione complessa, che richiede legalità, politiche sociali e capacità amministrativa. Ma troppo spesso viene affrontata con il silenzio, quando non viene semplicemente rimossa dal dibattito pubblico.
Di tutto questo, però, si parla poco. Molto più comodo individuare un nemico visibile.
Gli host e l’economia che c’è dietro
Gli host. Persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno semplicemente deciso di mettere a reddito una seconda casa. Un patrimonio privato che spesso si trova nei borghi, nelle località di mare, di montagna o di campagna, e che senza il turismo rimarrebbe inutilizzato.
I dati lo confermano. La maggior parte delle abitazioni destinate agli affitti brevi non si concentra nei grandi centri urbani, ma nelle destinazioni turistiche, dove rappresenta una risorsa per territori che vivono di turismo e che, in molti casi, senza questa opportunità vedrebbero immobili chiusi e privi di qualsiasi funzione economica.
Intorno a quel patrimonio vive inoltre un’intera economia fatta di lavoro vero. Circa 45 mila operatori, professionali e non, alimentano una filiera che dà occupazione a 150 mila persone: addetti all’accoglienza, imprese di pulizia, manutentori, artigiani, architetti, imprese edili, arredatori, fotografi, professionisti dell’home staging e decine di altre attività che contribuiscono alla valorizzazione del patrimonio immobiliare italiano.
Questa è la parte della storia che raramente trova spazio nel dibattito pubblico.
Regolamentare sì, demonizzare no
Nessuno sostiene che il settore debba essere privo di regole. Al contrario. Le regole servono e vanno rispettate.
Ma una cosa è regolamentare un comparto. Un’altra è trasformarlo nel capro espiatorio di problemi che affondano le proprie radici in decenni di inerzia politica.
Perché il punto è proprio questo. Se davvero gli affitti brevi fossero la causa principale della crisi abitativa, sarebbe difficile spiegare come un fenomeno che coinvolge appena l’1,4% del patrimonio residenziale italiano possa aver messo in ginocchio l’intero mercato della casa.
La risposta è semplice: non può.
Il vero nodo è un altro. È l’assenza di una politica abitativa moderna. È il patrimonio pubblico lasciato deteriorare. È la lentezza con cui vengono recuperati gli immobili. È la scarsità di nuove costruzioni. Sono procedure urbanistiche interminabili. È la mancanza di una visione che vada oltre il consenso immediato.
Affrontare questi temi significa assumersi responsabilità. Molto più semplice convocare una conferenza stampa, indicare gli affitti brevi come il nemico del momento e incassare qualche applauso.
Gli host diventano così gli “appestati” del dibattito pubblico. Peccato che i numeri continuino ostinatamente a raccontare un’altra storia. Perché i numeri, a differenza della propaganda, non votano. Ma nemmeno mentono.
Conclusione
Alla fine la domanda è una sola.
Se gli affitti brevi rappresentano appena l’1,4% del patrimonio abitativo italiano, davvero possiamo continuare a raccontare che siano la causa della crisi della casa?
Oppure è più comodo trasformarli nel bersaglio del momento per evitare di parlare di decenni di assenza di politiche abitative, di patrimonio pubblico lasciato degradare, di migliaia di alloggi che attendono di essere recuperati, di una burocrazia che rallenta ogni intervento e di una programmazione che, semplicemente, non c’è?
Regolare un settore è giusto. Demonizzarlo è un’altra cosa.
Perché quando la politica rinuncia ad affrontare i problemi strutturali e preferisce inseguire il consenso facile, il rischio è sempre lo stesso: si colpiscono gli effetti e si ignorano le cause.
E allora forse la verità è molto meno comoda di uno slogan.
Quando la politica non riesce a risolvere un problema, troppo spesso non cerca la soluzione: cerca un colpevole.
Oggi quel colpevole si chiama affitto breve. Domani avrà un altro nome.
La crisi della casa, invece, se non si avrà il coraggio di affrontarne le vere cause, resterà lì. Irrisolta.





